martedì 22 febbraio 2011

In mutande, ma liberi?


Articolo scritto per gli amici di Pane&Politica (http://www.panepolitica.itwww.panepolitica.it/), portale dedicato alla comunicazione ed al marketing politico. Fateci un salto, merita davvero!


La carne è debole, l’uomo pure: fra tradimenti, relazioni clandestine e scappatelle più o meno abituali, la storia politica occidentale ha visto il filo pubblico della vita degli stati intrecciarsi di frequente con quello privato delle vicende sessuali e amorose dei rispettivi leaders, dando vita ad un groviglio che ha rischiato di segnare – e che, a volte, ha segnato – il destino politico dei protagonisti e dei rispettivi paesi di appartenenza.

Dall’amore extraconiugale tra Cleopatra e Antonio – la cui infedeltà ai danni della sorella di Ottaviano provocò la reazione militare del triumviro romano e dell’Impero – al mancato riconoscimento da parte della Chiesa Cattolica del matrimonio tra Enrico VIII e Anna Bolena – vero e proprio casus belli dello scisma anglicano -, sono molti gli esempi storici di questa pericolosa sovrapposizione tra pubblico e privato.
Per quale motivo, allora, amori inconfessabili, tradimenti e scandali sessuali destano nell’opinione pubblica uno scalpore tale da minacciare la sopravvivenza politica dei personaggi coinvolti? Quali sono le zolle da non calpestare nel campo minato della politica?
Per capirlo dobbiamo distinguere tra le varie possibili manifestazioni dello scandalo sessuale e analizzarne, di volta in volta, le principali ripercussioni politiche, operando una sorta di fenomenologia del sexy-gate.

Una prima manifestazione del fenomeno è la relazione extraconiugale, evocatrice della dimensione nobile e romantica del sentimento, della passione e, talvolta, dell’amore. Dall’appassionata e tragica relazione tra Claretta Petacci e Mussolini, alla love story tra Marilyn e i Kennedy (JFK prima e Robert poi), fino alla segretissima relazione di Mitterand con Anne Pingeot, da cui nacque la piccola Mazarine, la relazione extraconiugale risulta il genere di sexy-gate più “frequentato” dai politici del ‘900. Addirittura, si dice che Mitterand, nel tentativo di nascondere l’identità della figlia illegittima, fece recapitare una piccola bara bianca davanti alla casa di Jean Hallier, lo scrittore neo-papà che minacciava di svelare l’inconfessabile segreto presidenziale.
Perché tanta paura? Perché l’infedeltà coniugale, oltre ad essere una possibile fonte di instabilità nella vita privata di un leader che minaccia di ripercuotersi negativamente sulla rispettiva azione politica, rappresenta la violazione ed il tradimento di quel vincolo di fiducia – in questo caso tra l’interessato e la consorte – che, da un momento all’altro, può riflettersi negativamente sul rapporto fiduciario tra politico ed elettore, minandone le fondamenta.

Una seconda manifestazione del sexy-gate riguarda lo scandalo sessuale in senso stretto. In questo caso è la dimensione peccaminosa e boccaccesca del “sotto le lenzuola” a conquistare il centro della scena, rivelando le debolezze e le (inaspettate) abitudini sessuali del potente e macchiandone per sempre, più di quanto non possano fare decine di campagne ad hoc, l’immagine pubblico-politica.
Anche se il “vizietto” accomuna i politici di svariate generazioni (indimenticabile, ad esempio, l’ira della moglie di Crispi che, in una furiosa lettera al segretario particolare del marito, lo invitava a “smettere di portare puttanelle al Presidente”), negli ultimi anni, complice anche il crescente interesse dei media per le vicende private dei politici, gli scandali sessuali divenuti di pubblico dominio si sono moltiplicati.
Essi aggiungono al pericolo di una possibile rottura del legame fiduciario con l’elettorato – lo stesso Clinton si salvò solo perché, tecnicamente, non mentì alla nazione – la minaccia di rendere il politico incompatibile con le posizioni precedentemente sostenute.
Il senatore Repubblicano dell’Idaho Larry Craig, ad esempio, fu costretto a dimettersi dopo aver cercato di fare sesso con un poliziotto in borghese in un bagno pubblico. Era un feroce oppositore dei matrimoni gay.
Questi scandali, inoltre, risvegliano le coscienze “puritane”, che in tema di peccati carnali sono in grado di ridestarsi dallo stato di assopimento che generalmente le attanaglia in un attimo, dimostrandosi tutt’a un tratto pugnaci e battagliere. Tanto da costringere alle dimissioni il politico coinvolto nel sexy scandalo, come accadde al ministro degli esteri finlandese Ilkka Kanerva nel marzo del 2008, quando i contenuti “piccanti” dei circa 200 sms inviati ad una spogliarellista vennero a galla.

C’è infine lo scandalo sessuale che, assumendo rilevanza penale, rappresenta una minaccia personale – è infatti a rischio la libertà fisica dell’individuo – per il politico coinvolto.
Un esempio recente riguarda il presidente israeliano Moshe Katsav, autosospesosi dopo essere stato accusato, tra le altre cose, di violenze sessuali.

Bacchettoni, moralisti, o più semplicemente desiderosi di una maggiore coerenza e correttezza da parte dei politici, gli elettori dimostrano dunque una certa sensibilità allo scandalo politico-sessuale, rendendolo una vera e propria minaccia per i rappresentanti delle istituzioni. I quali, in virtù della conseguente necessità di nascondere l’inconfessabile, si pongono in quella condizione di ricattabilità che rappresenta il denominatore comune tre le diverse manifestazioni del sexy-gate.

Il caso Ruby porta in dote a Berlusconi tutte le possibili minacce appena viste: compromissione del legame di fiducia con gli elettori, incoerenza rispetto alle proprie posizioni politiche, immoralità, ricattabilità e risvolti penali.
Il fatto che il Premier, stando ai sondaggi, non ne abbia risentito dal punto di vista del consenso elettorale, rappresenta già una grande vittoria.

Per lui.

mercoledì 16 febbraio 2011

Eppur (qualcosa) si muove

"Poi vennero per me, e non era rimasto più nessuno ad alzare la voce..."
(Martin Niemhöller)


“Perché la donna non è cielo, è terra”. E’ quasi buio quando, sui versi della “Ballata delle donne”, una piazza castello ancora piuttosto gremita si scioglie in un lungo ed emozionante applauso carico di dignità. Quella di migliaia di donne, giovani e meno giovani, che dal primo pomeriggio, sciarpa bianca al collo, hanno invaso il centro di Milano da via Dante a Largo Cairoli, fino ai piedi del Castello Sforzesco. Ma anche quella di molti uomini, convinti che la battaglia per il rispetto del corpo e della figura della donna vada combattuta sul terreno culturale più che su quello della questione di genere.

E così, nella Milano dell’industria immateriale, a due passi dal triangolo della moda, i versi del compianto Edoardo Sanguinetti si caricano di ulteriori significati nella voce rotta dalla commozione di Ottavia Piccolo, accompagnata dal rispettoso silenzio della piazza.
Una piazza che nel corso delle oltre tre ore di manifestazione sa emozionarsi, ascoltare, farsi sentire – al grido di “vergogna” e “dimissioni” – e farsi notare, come quando lo sventolio delle migliaia di sciarpe bianche colorano l’uggiosa domenica milanese, regalando un colpo d’occhio da brividi.

Altre scosse arrivano dal palco, dove una brillante Teresa Mannino accompagna gli interventi dei vari ospiti, espressioni di quella società civile che oggi – salvo rarissime eccezioni – è scesa in piazza sfoltita dalle bandiere di partito e avvolta nel tricolore. Tra gli altri Franca Rame, Gad Lerner, Massimo Cirri, Dario Fo e una rappresentante del carcere di Bollate, che, in una lettera, dimostra come suonino beffarde, alle orecchie delle detenute, le elargizioni in denaro del Premier alle non meglio precisate “persone in difficoltà”.

Beffardi sono anche i numerosi cartelloni, stendardi e striscioni che emergono a fatica tra la fiumana di gente – c’è chi dice sessantamila, chi addirittura centomila persone – che ha riempito pacificamente e in modo straordinariamente composto la piazza.
Ci sono quelli (auto)ironici – fenomenale quello che recitava “Silvio, sono incinta!” –, quelli più esplicitamente femministi – “Libere di agire, capaci di reagire” – e quelli più forcaioli, rivolti al Presidente del Consiglio – “in galera!” -, a conferma della pluralità e diversità delle voci presenti in piazza. Una diversità sociale, politica e generazionale che noti dalle piccole cose: una kefiah sgualcita di fianco ad una morbida sciarpa di seta, un’elegante scarpa col tacco di fianco a una più trendy “ballerina”, un “chiodo” ribelle di fianco a un caldo doppiopetto. Ma che vedi scomparire nel bacio sulla fronte con cui un’elegante ed anziana insegnante milanese saluta un suo vecchio alunno, oggi padre, invitandolo a darle de tu. O quando un’unica, grande voce si leva dalla piazza sulle note di “Scandalo” di Gianna Nannini e nel botta e risposta tra il palco e la platea «Se non ora, quando? – Adesso!». Una voce che arriva fino in Largo Cairoli, dove l’entusiasmo della folla è arrivato a lambite la statua di Garibaldi, simbolo di quell’Unità che l’Italia, almeno oggi, sembra aver ritrovato.
I dati sull’affluenza nelle piazze, che arrivano da tutt’Italia, sono infatti impressionanti. Gli organizzatori, dal palco, li leggono nell’euforia generale: centomila a Roma e Napoli, cinquantamila a Torino, ventimila a Bologna, diecimila a Palermo e migliaia in molta altra città italiane e straniere, da Londra alle Hawaii. Alla fine della giornata saranno addirittura un milione in tutto il mondo.

E così, sulle note di una “Bella Ciao” riadattata dai Modena City Ramblers, Milano si scioglie in un ballo liberatorio, ritrovando quell’anima resistenziale che la piazza, con le sue mille voci, ha oggi voluto arricchire di nuovi significati: resistenza al degrado culturale, resistenza alla deriva di un sistema di potere spesso misogino e tentacolare.
Soprattutto, resistenza all’idea che il senso e la portata di questa grande manifestazione possano essere impoveriti da una loro interpretazione in chiave moralistica, che ne deformi la reale natura:

quella di un moto genuino e spontaneo di riscossa culturale.


sabato 12 febbraio 2011

Il Cairo, 11 febbraio 2011

"La libertà non è un mezzo per un fine politico più alto. E' essa stessa
il fine politico più alto"
(J. Acton)

martedì 8 febbraio 2011

Arcore, 6 febbraio 2011

Ecco le immagini, le voci, i suoni e i colori della manifestazione di domenica 6 febbraio in largo Vela, ad Arcore, di fronte alla villa di Berlusconi.
Grazie a Sonia per le foto e alla mitica "Sony DSC" di Diego per i video!!

P.S. I due ragazzi arrestati dopo gli scontri di domenica sera - Giacomo Sicurello e Simone Cavalcanti - sono stati rilasciati il giorno seguente. Il processo si terrà il 7 marzo.
Non hanno morsicato il polpaccio a nessun carabiniere.

Non diventeranno ministri dell'interno.


domenica 30 gennaio 2011

(Pe)Stato di diritto

“Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”
(F.M. Dostoevskij)

*Il pezzo lo trovate anche su www.virgolenellevirgole.it, portale sulla libera (e giovane!) informazione. Visitatelo, merita!!

Quattro storie. Diverse per circostanze e protagonisti, ma drammaticamente simili per i loro tragici epiloghi.
Quattro storie in cui il dramma umano degli involontari protagonisti, le violenze e gli abusi delle forze dell’ordine, le speculazioni delle forze politiche ed il troppo frequente silenzio dei mezzi di informazioni si mischiano in un groviglio inestricabile, che rende spesso impossibile l’accertamento della verità. Quattro storie che, comunque la si pensi, vanno ricordate e approfondite, insieme alle altre decine di storie che, ogni anno, si ripetono tristemente nelle carceri e nelle Caserme di tutta Italia.
Per non dimenticarli, per non dimenticare.


La storia di Giuseppe
Giuseppe, quella sera, non sapeva di andare a morire. Era stata una bella giornata. La partita dell’Italia, una serata in compagnia, le risate. Qualche bicchiere di troppo. E poi quella frase, nel cuore della notte: “Uva, è proprio te che cercavo”.
L’incubo di Giuseppe Uva, 43enne artigiano varesino, inizia così.
Sono le 3 di notte del 14 giugno 2008 quando, insieme all’amico Alberto, una pattuglia di Carabinieri lo ferma nel centro di Varese. Euforico, stava transennando una via, nel bizzarro tentativo di deviarne il traffico. Portato in caserma, rimane per ore in balia di una decina di uomini tra poliziotti e Carabinieri.
Le urla strazianti, le grida di dolore. Poi, il silenzio.
L’amico Alberto, rimasto nella sala d’attesa della caserma, chiama un’ambulanza per chiedere aiuto. Al telefono con la centralinista, i Carabinieri minimizzano: “Sono solo due ubriachi, adesso gli togliamo i cellulari”. Alle 5 del mattino, però, l’ambulanza arriva, chiamata dalle stesse forze dell’ordine.
Giuseppe muore alle 10.30 di quella mattina nell’ospedale “Di Circolo” di Varese. La versione ufficiale parla di una combinazione tra farmaci e alcool letale per il corpo di Giuseppe.
Corpo che la sorella Lucia, quella mattina, stenta però a riconoscere: le costole che sporgono in modo innaturale, la pelle livida di botte, le gambe sfregiate da numerose escoriazioni, la mano destra rigonfia, la frattura alla colonna vertebrale, le parti intime insanguinate.
Corpo di un uomo che, due anni e mezzo dopo, non ha ancora avuto giustizia.

La storia di Stefano
Chissà cosa pensava Stefano, quando i Carabinieri lo fermarono nella notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009. Addosso aveva 20 grammi di hashish, una piccola quantità di cocaina e una pasticca di Rivotril, che utilizzava per combattere la sua battaglia quotidiana contro l’epilessia. Stefano era tranquillo: sapeva di non essere un narcotrafficante e sapeva che, a casa sua, i Carabinieri non avrebbero trovato nulla.
Eppure, alle 3 di notte, dichiara di sentirsi male. Quando, alle 5 di mattina, arriva in ospedale, ha gli occhi tumefatti. Che volete, “aveva dormito poco e le camere di sicurezza non sono certo alberghi a 5 stelle”, dichiara il maggiore dei Carabinieri Paolo Unali. Ma il referto dei medici dell’ospedale Fatebenefratelli non parla di occhiaie: Stefano presenta ecchimosi su tutto il corpo, lesioni oculari e lesioni alla schiena, due vertebre spezzate.
Quando il padre di Stefano, la mattina stessa, lo incrocia in Tribunale durante il processo per direttissima, legge in quegli occhi lividi di dolore un disperato grido d’aiuto. Sarà l’ultima volta che vedrà suo figlio.
Tradotto nel carcere di Regina Coeli, Stefano Cucchi muore in solitudine all’alba del 22 ottobre 2009 nel reparto detentivo dell’Ospedale Pertini di Roma.
Pesava 37 chili.

In barba al ministro della Giustizia (della Giustizia) Angelino Alfano, che ha riportato in Parlamento (in Parlamento) la versione della tragica “caduta dalle scale”, il Giudice per l’udienza preliminare di Roma ha rinviato a giudizio 12 persone tra guardie carcerarie, medici e infermieri, condannando in primo grado a 2 anni Claudio Marchiando, direttore dell’ufficio detenuti del carcere di Regina Coeli.


La storia di Federico
Per Federico, quella era la sera del concerto reggae al “Link” di Bologna. Una serata cominciata bene – gli amici e l’emozione per il concerto -, degenerata in qualche eccesso – la delusione per l’annullamento del concerto sfogata nell’alcool e nell’ecstasy– e finita in tragedia.
Sono le 5.47 del 25 settembre 2005 quando una pattuglia della Polizia di Stato incrocia il 18enne Federico Aldrovandi per le vie di Ferrara. C’è una colluttazione. Pochi minuti dopo arriva un’ambulanza: il corpo del giovane è riverso a terra in una pozza di sangue. Testicoli schiacciati, ecchimosi ed ematomi diffusi, una lesione alla testa in sede occipitale, una profonda ferita su una natica e graffi sul viso. Due manganelli sfondati.
“L’abbiamo bastonato di brutto…è mezzo morto", si fa scappare il capopattuglia Enzo Pontani in un dialogo con la centrale.
Alle 6.18 Federico muore.
Pochi minuti dopo, come testimonia questo video (minuto 2.33), gli agenti ridacchiano a pochi passi dal suo corpo esanime.

La notizia passa sotto silenzio: qualche trafiletto sui giornali locali e poco più. Nel gennaio 2006 la madre di Federico apre un Blog, attraverso il quale intraprende la sua personale battaglia di giustizia e verità nel nome del figlio. Un figlio prima barbaramente ucciso, poi marchiato con l’etichetta di “drogato”.
Nel luglio 2009 i quattro agenti di polizia vengono condannati in primo grado a 3 anni e sei mesi di reclusione per eccesso colposo in omicidio colposo.
Sono ancora tutti in servizio.


La storia di Aldo (e il futuro di Rudra)
Rudra si alza presto al mattino. Deve andare a scuola, studiare e costruirsi un futuro.
Rudra è rimasto solo in un casolare sulle colline dell’Appennino umbro-marchigiano. Cerca di aiutarlo, tra mille difficoltà, uno zio giunto un anno e mezzo fa dalla Germani. Eh già, perché Rudra non ha più i genitori.
Inizia tutto una mattina d’ottobre, quando gli agenti di Polizia arrestano il padre Aldo e la madre Roberta. Nel campo antistante al casolare i poliziotti avevano trovato delle piantine di canapa indiana. Aldo e Roberta non erano narcotrafficanti; semplicemente, non si arrendevano all’idea di doversi piegare alle prescrizioni di leggi che ritenevano ipocrite ed agli interessi di organizzazioni criminali che non volevano in alcun modo foraggiare.
Dopo una notte trascorsa in carcere, Roberta rivede il marito. Per l’ultima volta.
La mattina dopo – è il 14 ottobre del 2007 – Aldo Bianzino viene trovato morto nella sua cella d’isolamento. Quattro ematomi celebrali, milza e fegato spappolati, due costole fratturate: secondo il referto medico del personale del carcere Aldo sarebbe morto a causa di un infarto.
Prima di morire – nel giugno 2009, uccisa da un tumore e dilaniata da un dolore insopportabile –Roberta lancia una sottoscrizione per il figlio. E’ solo grazie a quest’ultimo, disperato gesto e alla generosa mobilitazione della rete e dei Radicali che Rudra – quando, tra pochi mesi, compirà 18 anni – potrà disporre di una cifra di circa 70mila euro.


Quant’è lontana, Arcore.

mercoledì 26 gennaio 2011

Video...amatore!


Articolo scritto per gli amici di Pane&Politica (www.panepolitica.it), portale dedicato alla comunicazione ed al marketing politico. Fateci un salto, merita davvero!



In principio fu per annunciare la “discesa in campo”: contro “il cartello delle sinistre”, i “nostalgici del comunismo” e i corrotti della Prima Repubblica. Oggi, 17 anni dopo, il genere del videomessaggio viene rispolverato da Berlusconi per lanciare un feroce j’accuse contro i magistrati “politicizzati” e i pm “persecutori”.

Qualche rughe in più, viso più rotondo – ma stessa identica capigliatura rispetto a quella del 1994, fanno notare i maligni – il faccione del Cavaliere è infatti riapparso nelle case degli italiani per ben due volte nel giro di pochi giorni.
Per uscire dall’angolo del ring a cui parte della stampa sembrava averlo inchiodato nei giorni immediatamente successivi all’esplosione del Caso Ruby-parte seconda, il Cavaliere ha infatti riabbracciato il genere comunicativo che, diciassette anni fa, gli spalancò le porte della politica italiana. Era l’ormai lontano gennaio del ’94 quando l’allora filiforme imprenditore brianzolo annunciava la sua candidatura alla guida del paese attraverso un monologo di una manciata di minuti in cui, da un lato, spiegava le ragioni della sua scelta, dall’altro, cercava di convincere gli elettori sull’opportunità di votarlo.

Due situazioni apparentemente slegate tra loro che il filo comune del videomessaggio sembra invece riavvicinare, evidenziando lo stesso, preciso obiettivo che sta alla base di queste scelta comunicativa: quello che i sociologi della comunicazione americani chiamano “going public”. Il termine individua l’ approccio comunicativo di tipo diretto ed im-mediato – ovvero privo dell’intermediazione dei media – tipico della comunicazione politica presidenziale made in USA. Un approccio che cerca di privare i mezzi di informazione del loro tradizionale ruolo di ponte comunicativo tra il politico e i cittadini, favorendo così la comunicazione diretta – anche se unidirezionale – tra questi due attori.

Ciò che cambia, e di molto, sono le motivazioni alla base di questa stessa scelta strategica.
Se nel ’94 il principale obiettivo del videomessaggio di Berlusconi era quello di far conoscere agli elettori il Silvio “politico” e di instaurare con essi un rapporto all’insegna della familiarità e dell’empatia, le ragioni della scelta questi giorni solo molto diverse.

In primo luogo c’è la volontà/esigenza di evitare il contraddittorio. Troppo delicata la questione, troppe e troppo imbarazzanti le rivelazioni trapelate sui giornali per risponderne dettagliatamente in pubblico – magari in un faccia a faccia televisivo – senza correre il rischio di uscirne con le ossa rotte. Il videomessaggio, invece, dà pieno spazio alle qualità retoriche e comunicative di Berlusconi e gli consente di tenere ben saldo in mano il timone della propria strategia difensiva. Che infatti – ed è questo la seconda ragione alla base della scelta – vira immediatamente sulla tesi del complotto dei Pm e della magistratura inquisitoria, consentendo a Berlusconi di spostare i termini del dibattito dal mare mosso delle inquietanti intercettazioni, alle acque più calme e favorevoli della tesi della “volontà persecutoria” dei pm.
Se digerita positivamente dall’opinione pubblica e dai suoi elettori, la tesi persecutoria potrebbe poi consentire al Cavaliere – e in questo caso saremmo di fronte all’ennesimo colpo da fuoriclasse da parte di Berlusconi – di rilanciare la posta nel tavolo da gioco della politica italiana.
Da un lato, perché fornirebbe ottimi argomenti alla tanto invocata “riforma della giustizia”, che consentirebbe al Cavaliere di mettersi al riparo da qualsiasi imprevisto giudiziario.
Dall’altro, perché permetterebbe a Berlusconi di polarizzare l’elettorato, impostando il dibattito della sempre più probabile campagna elettorale all’interno di una cornice di significato a lui favorevole: quella dell’attacco congiunto che l’asse procure-Fini-Casini-Sinistra (cit. “Il Giornale”) starebbe mettendo in campo per spodestarlo.

Il buon esito della scelta strategica di Berlusconi dipenderà probabilmente da due fattori.
Il primo riguarda il grado di efficacia con cui il fuoco mediatico “amico” saprà tranquillizzare l’elettorato di centro destra (soprattutto quello cattolico), accreditando presso l’opinione pubblica la tesi complottistica ed isolando/dividendo il fronte antiberlusconiano.
Il secondo riguarda la tenuta dell’alleanza con la Lega, i cui elettori sono sempre più irritati dall’immobilismo politico del governo e dal continuo procrastinarsi dell’approvazione del divin-federalismo.

La partita, dunque, è appena cominciata.

domenica 23 gennaio 2011

I cannoli son finiti!

“Quando Cuffaro sarà assolto da tutte le accuse, tanti sciacalli di queste ore saranno in prima fila a chiedergli scusa”
(Pierferdinando Casini, 26 gennaio 2008)

*Articolo pubblicato anche da www.virgolenellevirgole.it, portale sulla libera (e giovane!) informazione. Visitatelo!!

Fino a pochi giorni fa si aggirava con il suo simpatico faccione tra i corridoi di Palazzo Madama, sede del Senato. Da ieri la sua dimora è una cella al pianoterra del carcere di Rebibbia, reparto G12, Roma. Italia.

Chissà se Salvatore “Totò” Cuffaro da Raffadali (Agrigento), ex presidente della Regione Sicilia, ex vicesegretario nazionale dell’Udc ed ex (fino a ieri, per la precisione) senatore della Repubblica italiana, si aspettava un destino così inglorioso quando il 26 settembre del 1991, con proverbiale tempismo, esordiva sugli schermi televisivi nazionali sudato e schiumante di rabbia scagliandosi ferocemente contro il giudice Giovanni Falcone, pochi mesi prima che un attentato mafioso lo facesse saltare per aria.
Forte di quella mirabolante performance, il giovane Cuffaro brucia le tappe: in pochi anni passa da promettente deputato dell’assemblea regionale siciliana (in quota DC) a Presidente della Regione Sicilia. Non ancora eletto governatore dell’isola – siamo nella primavere del 2001 – Cuffario si mette all’opera. Per aiutare propri cittadini? No, per favorire la mafia.
Questo il verdetto dei giudici della seconda sezione penale della Corte di Cassazione che lo hanno condannato a 7 anni di reclusione per favoreggiamento a Cosa Nostra.

I fatti dicono che, nel 2001, Cuffaro viene a sapere di una microspia installata dai Carabinieri del ROS (Reparto Operativo Speciale) nell’abitazione palermitana di Giuseppe Guttadauro, boss mafioso del mandamento di Brancaccio. Cuffaro, forse preoccupato per le sorti del boss e per i colloqui compromettenti che si svolgevano nell’abitazione, informa della notizia Mimmo Miceli, un altro politico siciliano che, a sua volta, informa Guttadauro. Il gioco è fatto: il 15 giugno 2001 si interrompono le conversazioni “compromettenti” che il boss intratteneva nella sua abitazione. Tre giorni dopo la cimice viene individuata e distrutta, mandando in frantumi una promettente indagine sui rapporti e le connivenze politico-mafiose in Sicilia.
Ma l’attivismo di Totò “Vasa-vasa” (ovvero “bacia-bacia”, soprannome che deriva dalla sua proverbiale propensione ad elargire baci ai suoi interlocutori) non si ferma qui.
Celebre è l’incontro tra lui e Michele Aiello – imprenditore ritenuto molto vicino a Provenzano – avvenuto nel retrobottega di un negozio di articoli sportivi di Bagheria, durante il quale Cuffaro avrebbe concordato il tariffario regionale dei rimborsi alla clinica “Villa Teresa”, di cui Aiello era proprietario.
Nemmeno le frequentazioni “pericolose” di Cuffaro si fermano qui. Amico e testimone di nozze (insieme a Clemente Mastella, ex ministro della giustizia) di Francesco Campanella, il pentito che procurò a Provenzano il passaporto falso che consentì al boss dei boss di espatriare in Francia, Cuffaro frequentava anche Vincenzo Greco e Salvatore Aragona, entrambi condannati per mafia. Ma guai a farglielo notare: “che devo fare – obietta stupito Totò – marginalizzarli? Io sono per ascoltare tutti, parlare con tutti”. Ci mancherebbe.

E infatti, né le prime indagini, né il rinvio a giudizio, né tantomeno la condanna in primo grado per favoreggiamento “semplice” a un singolo mafioso, interrompono il climax politico di Totò.
Certo, i cannoli con cui, nel 2008, festeggia la condanna in primo grado (anzi no: “li stavo solo spostando!”, si difende Cuffaro), lo obbligano a lasciare la poltrona di Presidente della Regione appena riconfermata alle elezioni. Ma gli valgono un bel seggio in parlamento. A garantirglielo, ironia della sorte, la legge elettorale a firma leghista e la ferma volontà di Pierferdinando Casini, che, definendo Totò un “perseguitato politico” e violando la promessa di non candidare alle elezioni politiche chiunque avesse subito condanne, gli porge in dono una poltrona da Senatore.
Nel gennaio 2010, però, le cose si complicano: la Corte d’Appello lo condanna a 7 anni per favoreggiamento, aggravato dall’aver favorito Cosa Nostra, prospettandogli la concreta ipotesi del carcere. Ieri la sentenza definitiva e l’ingresso in carcere.

Cuffaro lascia in eredità un posto da Presidente della Regione Sicilia, oggi occupato da Raffaele Lombardo, già arrestato un paio di volte e tutt’ora sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa, e un seggio da Senatore della Repubblica, già assegnato a Maria Pia Castiglione. La quale, unendosi alla solidarietà bipartisan (nel PD si segnala il dispiacere di Follini) tributata dalla politica al povero Totò, ha subito precisato: “per me resta un amico dotato di grande umanità, disponibilità e generosità. Tutti gli dobbiamo tanto”.



Tutti chi?

giovedì 20 gennaio 2011

Mi consenta, Presidente

Lettera al Presidente del Consiglio




Signor Presidente del Consiglio, Onorevole Silvio Berlusconi.

Nonostante la quantità e la gravità delle accuse che le sono state rivolte – prostituzione minorile e concussione – Lei non ha ritenuto i suoi concittadini (nonché, fino a prova contraria, suoi datori di lavoro) degni di una risposta sincera e leale.

Domenica e mercoledì scorsi, riproponende il triste genere del videomessaggio senza contraddittorio intriso della solita insopportabile, nauseante retorica, è scappato ancora una volta dalle Sue responsabilità e dall'obbligo politico-morale di far luce sulle molteplici ombre che avvolgono il suo più e meno recente passato. Confermando – una volta di più – il più volgare disprezzo per le istituzioni di quello stato che Lei dovrebbe rappresentare e la più infima considerazione per quei cittadini che Lei dice di amare.

Ha creduto di potersela cavare – e, magari, se la caverà ancora una volta – grazie al solito, surreale, monologo autocelebrativo, dimostrando la viltà di chi scappa dalle proprie responsabilità, la sfacciataggine di chi è consapevole del proprio esorbitante potere, la spregiudicatezza di chi non ha più nulla da perdere.

Quelle che seguono sono le semplici e puntuali obiezioni con le quali un sistema dell’informazione libero e indipendente L’avrebbe inchiodata alle Sue responsabilità smontando le giustificazioni pressappochiste contenute nel Suo videomessaggio, se solo i tentacoli del suo potere non ne avessero, da anni, neutralizzato buona parte dell’azione.

Questo lo sdegno spontaneo e genuino, razionale ed argomentato, con cui i cittadini L’avrebbero costretta a dimettersi, se solo i modelli (in)culturali vomitati da oltre vent’anni dal suo impero mediatico non ne avessero plasmato le menti e addormentato le coscienze.

Vediamolo, allora, questo sdegno. Punto per punto, minuto per minuto, fotogramma per fotogramma.


Minuto 0.30: I pm hanno dimostrato una “volontà chiaramente persecutoria nei miei confronti”: forse Lei dimentica chi in Italia vige il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Volontà persecutoria o meno, inoltre, il problema è di chi commette i reati più che di chi li persegue.

Minuto 1.16: “Ai Pm non è piaciuta nemmeno la decisione della Corte Costituzionale al punto che, il giorno successivo alla sentenza della Consulta, con una tempistica perfetta, hanno reso pubbliche le loro indagini”: la Sua iscrizione nel registro degli indagati è avvenuta il 21 dicembre 2010 e Le è stata notificata il giorno dopo la sentenza della Consulta solamente per evitare di influenzarne le decisioni, cosa che, invece, Lei ha fatto periodicamente. Come in occasione dell'incontro che, a poche settimane dal pronunciamento della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, lei ebbe con i due giudici costituzionali Luigi Mazzella e Paolo Napolitano. Che, puntualmente, votarono a favore del Lodo.

Minuto 1.25: “E’ inaccettabile che, trascorsi 15 giorni, (i Pm) non abbiano mandato gli atti di queste indagini al Tribunale dei Ministri come prescrive la legge”: Presidente, il tribunale dei ministri giudica i reati commessi dai componenti del Consiglio dei Ministri nell’esercizio delle loro funzioni. Impartire ordini alle forze di polizia non spetta al Presidente del Consiglio ma, semmai, al ministro dell’interno. Telefonare in questura e, tramite la menzogna, indurre i funzionari di polizia ad accorciare le pratiche previste per la sistemazione di una ladra minorenne senza documenti, per fortuna, non spetta a nessuno. Almeno per ora.

Minuto 2.1: “Il dirigente della Polizia che sarebbe stato concusso nega di esserlo mai stato e la persona minorenne nega di aver mai avuto avances né tantomeno rapporti sessuali”: entrambi possono avere buone ragioni per negare. Il primo per paura di possibili ritorsioni o per fuggire dalle proprie eventuali responsabilità (aver agito contro le procedure previste dalla legge). La seconda per preservare la propria onorabilità o, come emerge dalle intercettazioni, per giocare al rialzo con Lei nella partita del ricatto. Fino a 5 milioni di euro.

Minuto 2.40: “Quando posso cerco di aiutare chi ha bisogno”: Lei, con i suoi soldi – la provenienza di buona parte dei quali non ha mai voluto svelare, avvalendosi della facoltà di non rispondere di fronte ai magistrati – può fare ciò che vuole, purchè entro ai limiti della legge (che, in questo come in molti altri casi, sembrano essere stati travalicati). Ma almeno ci risparmi – lo faccia per il rispetto che si deve alle migliaia di persone che quell’aiuto meriterebbero per davvero – la solita barzelletta del filantropo premuroso. O vuole davvero far passare come pura casualità il fatto che le persone da Lei “aiutate” portassero tutte la 4° di reggiseno, superassero tutte il metro e ottanta e fossero tutte molto disinibite? Cornuti si, mazziati no, per favore.

Minuto 3.12: “Di persone ne ho aiutate a centinaia. Mai in cambio di qualcosa, se non della gratitudine, dell'amicizia e dell'affetto”: e i 420 milioni sborsati dalle casse Fininvest per comprare il giudice Vittorio Metta e con lui la sentenza che Le garantiva, fra le altre, la Mondadori, l’Espresso, Panorama e la Repubblica? E Massimo Berruti, ufficiale della Guardia di Finanza che chiuse un occhio sulle ispezioni alla Sua Edilnord e fu promosso a uomo Fininvest e, poi, a parlamentare del Suo partito? E i 21 miliardi di finanziamento illecito a Craxi per mantenere inatto il suo impero televisivo? E i 600mila euro all’avvocato Mills per indurlo a mentire in due processi contro di Lei? Erano tutti atti di carità verso persone bisognose?

Minuto 4.35: "Lele Mora ha svolto un eccellente lavoro a mediaset…sono orgoglioso di averlo aiutato”: il fatto che Lei sia orgoglioso di aver aiutato Lele Mora, personaggio che all’interno del suo repertorio, oltre a un busto di Mussolini che bacia “tutti i giorni”, vanta una condanna milionaria per evasione fiscale e una dichiarazione pendente per bancarotta, non depone certo a suo favore. D’altra parte “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, vero Presidente?

Minuto 6.20: “E’ contro la legge questa intromissione nella vita privata delle persone…quello che i cittadini di una libera democrazia fanno nelle mura domestiche riguarda solo loro.”: con questa affermazione Lei infama e minaccia le fondamenta del nostro già traballante stato di diritto. Ciò che fanno i cittadini tra le mura domestiche è perseguibile come tutti gli altri reati. Dispiacerà, fra gli altri, a stupratori, pedofili e assassini, ma rimane così. Per fortuna.

Minuto 7.45: “Non è un Paese libero quello in cui, quando si alza il telefono, non si è sicuri dell’inviolabilità delle proprie conversazioni”: no, signor Presidente. Ben vengano le intercettazioni per chi – a differenza sua e di buona parte della nostra classe dirigente – non ha nulla da nascondere. Ciò che non è accettabile in uno stato libero e – se mi consente – non è degno di un paese civile e democratico, è che Lei, Presidente del Consiglio, da più di 15 anni fugga davanti alla legge e davanti alle gravissime accuse che le vengono rivolte rivolte dalla magistratura attraverso un uso personale del parlamento, istituzione che Lei ha prima degradato, con leggi vergognose ed incostituzionali, e poi umiliato, riducendola – anche grazie all’invasione di riciclati e portaborse da Lei favorita – ad un semplice ingranaggio nella filiera della Sua impunità.

Minuto 8.20: " Non è un Paese libero quello in cui una casta di privilegiati può commettere ogni abuso a danno di altri cittadini senza mai doverne rendere conto”.
Ecco, Presidente: su questo punto mi trova assolutamente concorde.



Dunque, si dimetta.

domenica 16 gennaio 2011

Indignatevi! Ma anche no

“Gli italiani hanno solo due cose per la testa: l'altra sono gli spaghetti”
(C. Deneuve)



Strano popolo, gli italiani. Sono in grado di sopportare e supportare di tutto, ma quando si entra in camera da letto (o in cucina) diventano inflessibili.


Si indignano, dunque, ma non con la purezza d’animo propugnata da Stéphane Hessel, 93enne eroe della Resistenza francese, nel pamphlet di 32 pagine “Indignez-vous!” che ha già raggiunto le 650mila copie vendute in meno di 3 mesi. Sana indignazione che rappresenta un'autentica linfa vitale per gli stati civili che vogliano dirsi tali, unico vero anticorpo contro la degenerazione morale di qualsiasi società. Sentimento – l’indignazione – ancora vivo negli animi di quei francesi che hanno saputo custodire e tramandare con cura ed orgoglio le proprie radici resistenziali, tanto che, ancora oggi, il primo giorno di scuola gli alunni leggono la lettera che il giovane partigiano Guy Môquet scrisse ai genitori prima di essere fucilato dai nazisti.


No, l’italiano si indigna per altro. Chiude un occhio – quando non tutti e due – di fronte alle complicità tra mafia e istituzioni; ingoia taciturno il volgare pressapochismo di quei politici che rispondono al disperato grido d’aiuto degli operai – i nuovi schiavi del 21° secolo – con l’ottusa dicotomia dei “buoni” contro i “cattivi”; risolve il problema dell’imbarazzante e dilagante accoppiata clientelismo-corruzione con l’assolutoria (ed autobiografica?) formula del “così fan tutti”.
Ma, da buon cattolico, non transige sulle questioni dei piaceri carnali.


Lo fa – questo dimostra il dibattito sulla vicenda ruby/atto2°, di questi giorni – con la punta di orgoglio di quel maschio italico che non deve chiedere (e pagare) mai. Che non si indigna, dunque, per gli aspetti veramente gravi della vicenda:
  • un Premier che promuove una concezione oggettificata delle donne, sistemate all’interno di palazzine come bestie nelle gabbie e richiamate all’ovile di Arcore – attraverso il vergognoso utilizzo di uomini e mezzi dei corpi dello Stato – quando c’è da placare la fame del sultano;
  • un Premier che, nel migliore dei casi – se, cioè, dovessimo credere alla versione del padre premuroso che aiuta la giovane figlia sbandata a colpi di banconote e gioielli – mostrerebbe la totale mancanza di quel senso di responsabilità che dovrebbe caratterizzare non solo chi ricopre un simile ruolo istituzionale, ma anche una qualsiasi persona adulta dotata di buon senso. Nel peggiore – se, cioè, verranno accertati i reato di prostituzione minorile e concussione – dimostrerebbe di essere ciò che molti, da anni, lo accusano di essere: un imprenditore-politico abituato a censurare le proprie nefandezze con l’abuso di potere e la corruzione;
  • un Premier che decide di trascorrere il 25 aprile, festa della Liberazione, tra festini e cene con l’amico Putin, comprovato leader di libertà.

No, l’italiano si indigna perché una delle decine di ragazze transitate da Arcore (si parla addirittura di un totale di oltre 100) era minorenne. Il che, di per sè, è assolutamente comprensibile. Il problema è che a questa indignazione non si accompagna l'altrettanto sacrosanta sensazione di nausea per chi con una mano legifera contro la prostituzione – con leggi spesso controproducenti che foraggiano il sistema schiavistico-criminale – e con l’altra la alimenta. E' la sacrilega violazione dell’onore del macho italiano, dunque, la vera causa del risentimento popolare. Essa vede nel pugno di mesi che, al momento delle ipotetiche prestazioni di Ruby, separavano la ragazza dal raggiungimento della maggiore età, l’unica vera macchia morale della vicenda.


Un celebre proverbio cinese recita: “quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito”. Dunque: dita non siamo, luna men che meno…


Andate al diavolo, cinesi comunisti!

mercoledì 12 gennaio 2011

Italia, what else?



Di seguito trovate l'articolo che ho avuto il piacere di scrivere per i ragazzi di Pane & Politica, portale dedicato alla comunicazione ed al marketing politico (a proposito: dategli un'occhiata a questo link!!).
A loro vanno il mio ringraziamento e i miei migliori auguri per la buona riuscita del progetto.


“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. La celebre frase, attribuita a Massimo D’Azeglio, risuona incredibilmente attuale se rapportata ai rumors che danno il nome della nostra penisola in pole position tra le possibili etichette del nuovo partito di Berlusconi.

Checchè ne dicano Silvio e i suoi, infatti, l’esigenza di trovare un nuovo nome per un nuovo partito va ben al di là delle diatribe legali tra il (disciolto) Pdl e il fresco Fli. Il “Dio sondaggio” dice che c’è da tamponare la preoccupante emorragia di voti ed elettori – gli “italiani”, appunto – che, vuoi per gli scandali sessuali, vuoi per le inchieste giudiziarie, vuoi per la fuoriuscita-cacciata di Fini, ha interessato il Pdl in questi ultimi mesi. Emorragia che, per il partito nato in pompa magna dall’ennesima trovata politico-mediatica di Berlusconi e dominatore incontrastato di tutti gli appuntamenti elettorali degli ultimi 2 anni e mezzo, comincia ad essere preoccupante, tanto da richiedere, se non proprio una Renziana “rottamazione”, quantomeno una pronta revisione.
C’è inoltre da operare un riposizionamento strategico che, da un lato, consenta di riempire quell’area politica liberata dalla dipartita-cacciata della componente neo-centrista di Fini, dall’altro, dia un forte segno di discontinuità tra il Pdl pre-scissione, che covava al suo interno il seme del tradimento, e quello del dopo Mirabello.
E quale nome più di “Italia” potrebbe consentire, contemporaneamente, di (ri)conquistare il voto dei conservatori spiazzati dal centrismo di Fini e di riaccendere gli animi delle frange più calde del “tifo” berlusconiano? Nessuno.

Riappropriandosi della vecchia e (a suo tempo) innovativa trovata di trapiantare il gergo calcistico-sportivo nella retorica politica, Berlusconi conta dunque di scaldare il motore in vista delle possibili elezioni anticipate.
Sfondo azzurro che richiama i colori della nazionale, nastro tricolore nel mezzo e scritta “Berlusconi presidente” ben evidente, il nome “Italia” rappresenterebbe il punto di arrivo di quell’ideale percorso iniziato nel 1994 con il caldissimo “Forza Italia” e proseguito nel 2007 con il più tiepido “Popolo delle Libertà”. Un nome ed un logo che, come hanno suggerito i sondaggisti e gli esperti di marketing ingaggiati dal partito, strizzerebbero l’occhio alla dimensione patriottica nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Una sigla – Italia – che risponderebbe alla necessità di uscire dai classici schemi della comunicazione politica e che, ad esempio, non potrebbe essere sintetizzata, compressa o più semplicemente ridotta all’impronunciabile sigla-acronimo di turno.

E chiessenefrega, dunque, se qualcuno potrebbe sottolineare l’evidente contraddizione tra l’adozione di un nome – Italia – che cerca di unire, e l’utilizzo di retoriche strategie politiche che, nei fatti, puntano a dividere (tra berlusconiani ed anti-berlusconiani, tra liberali e comunisti, tra partito dell’amore e partito dell’odio, ecc…).
Chissenefrega anche se l’alleato più fedele, un giorno sì e l’altro pure, grida alla secessione dal resto dell’Italia e dalla capitale ladrona.
Una cosa è la politica, un’altra è l’immagine.

Quale delle due, oggi, conta di più?

sabato 25 dicembre 2010

Propagandhisti di buon cuore (nero)

“Ci pisciano in testa e poi ci dicono che piove”
(M. Travaglio)


I recenti scontri tra studenti e forze dell’ordine, espressione del profondo disagio di intere generazioni, hanno fatto spuntare tutt'a un tratto una specie finora sconosciuta: quella dei propagandhisti.
Avete capito bene. Non è un’errore di scrittura, ma il nuovo prodotto rigorosamente “made in Italy” partorito dalla nostra classe dirigente. Si divide in tre gruppi e comprende tutti quei personaggi che sfruttano a fini propagandistici le categorie del pensiero non violento di derivazione Gandhiana.

Il primo gruppo è composto da quelli che ci credono (alias “quelli che ci sono”): sono i seguaci dell’evangelico “porgi l’altra guancia”, insegnamento che prendono a modello più quando le danno che quando le prendono. Anche perché loro non le prendono mai.
I propagandhisti del primo tipo, infatti, compongono lo sterminato universo dei “moderati”, ovvero tutti quelli che, per indole o più prosaicamente per culo, non si sono mai trovati in situazioni che ingenerassero in loro il genuino e legittimo desiderio di protesta. Sono quelli che “tutto va bene” perché a loro va tutto bene. Sono quelli che ti dicono cos’è giusto e cos’è sbagliato fare perché sono illuminati dal verbo del Signore (a proposito: auguri a Lui e a questo blog, che compie un anno!!). Sono quelli che “la violenza è sempre sbagliata”, non tanto perché la violenza sia effettivamente sempre sbagliata, ma perché è più facile e bello da dire e non comporta il faticoso esercizio del pensiero critico. Sono quelli per cui la bandiera della pace diventa il più qualunquista dei simboli, che rende sordi alle rimostranze dei popoli e ciechi di fronte alle differenti (e magari legittime) ragioni della violenza. Sono quelli che se non avrai la pensione, un posto sicuro e una casa, non devi gridare, sennò poi si sveglia Napolitano.

Il secondo gruppo è composto da quelli che fanno finta di crederci (alias “quelli che ci fanno”): a loro non frega nulla né dei motivi né dell’accettabilità morale della violenza (anche perché, per loro, la moralità è più spesso un ostacolo che un valore). I propagandhisti del secondo gruppo, dunque, non si chiedono né perché ci sia la violenza né se essa sia giusta o sbagliata: fanno semplicemente i loro interessi. Spesso sono più violenti dei violenti, ma la loro violenza assume forme e modalità che non urtano la sensibilità dei propagandhisti del primo gruppo.
Questa specie ha nel Parlamento il suo habitat naturale. Qui, per uccidere il futuro o la libertà di un’intera nazione basta premere un pulsante. Violenti sì, dunque. Ma con stile.

Il terzo gruppo, infine, è il più sensazionale. E’ composto da tutti quelli che, non avendo una faccia, non temono di perderla (alias “quelli che c’hanno fatto”). Sono quelli che hanno razzolato male e che ora predicano bene. Sono gli smemorati, quelli che, a sentirli parlare, sprangate e arresti diventano “peccati di gioventù” e che “durante il fascismo tutti vivevano felici e contenti”. Sono quelli che ieri stavano dalla parte delle barricate e oggi stanno dalla parte delle forze dell’ordine e dello stato, che credono di rappresentare.
Qui di seguito trovate una breve descrizione di tre rappresentanti nonché esemplari purissimi di questa categoria.

Maurizio Gasparri: prima militante e poi deputato del Movimento Sociale Italiano, è uno dei figli politici di Giorgio Almirante, il gerarca fascista firmatario delle leggi razziali e del manifesto che condannava alla fucilazione tutti i partigiani del grossetano che non avessero deposto le armi e non si fossero prontamente arresi.
Gasparri, che oggi recita più la parte del pazzo visionario che non quella di capogruppo dei senatori Pdl (del resto i lineamenti e lo sguardo non proprio sveglissimo lo rendono perfetto per il ruolo), ripete da giorni e in modo compulsivo proposte sconsiderate, come l’arresto preventivo dei manifestanti. Dimenticando il suo passato (?) neofascista, quando, da deputato dell’MSI, si mischiava ai saluti romani e ai “boia chi molla” di un corteo del Fronte della Gioventù che assediava la Camera e minacciava alcuni deputati.

Smemorato è anche Ignazio Benito Maria La Russa, figlio di un senatore missino e fratello di Romano, oggi assessore regionale lombardo all’industria. L’attuale ministro della difesa, protagonista di una scenata isterica antiviolenza ad annozero, dimentica alcuni fatti.
Come quando, nel 1973, durante una manifestazione non autorizzata del Fronte della Gioventù, di cui egli era uno dei principali leader, e di altri gruppi neofascisti, una bomba a mano (!!) uccise il poliziotto Antonio Marino e ne ferì altri 12.
O come quando, sempre nelle manifestazioni degli anni ’70, Ignazio Benito era solito farsi accompagnare da un pastore tedesco. Il cane, come da lui stesso confermato, abbaiava non appena sentiva la parola “compagno”. Un seguace del Mahatma.

Ma il primato della poca memoria va a Gianni Alemanno, il sindaco di Roma che “il centro storico nun se tocca”. Gianni, oltre ad essere il suocero di Pino Rauti, storico leader dell’estrema destra considerato tra i “responsabili morali” della strage neofascista di Piazza della Loggia, ha un passato non proprio da ragazzo casa e chiesa. Anche se non verrà mai condannato per i reati contestati, negli anni ’80 viene arrestato per ben tre volte: nell‘81 per l’aggressione ad un giovane di sinistra, nell’82 per aver lanciato una molotov contro l’ambasciata dell’URSS e nell’89 per resistenza aggravata a pubblico ufficiale.

Partoriti dalle bocche dei propagandhisti, dunque, i più o meno condivisibili moniti contro la violenza diventano fumo negli occhi, semplici e subdoli espedienti finalizzati ad ignorare (propagandhisti del primo tipo), isolare (propagandhisti del secondo tipo) o reprimere (propagandhisti del terzo tipo) il dissenso.
Il messaggio è chiaro: se la vostra casa sta bruciando, l’acqua dovete usarla per pulirvi le mani. Morite, ma con stile.

Del resto, siamo italiani, noi.

mercoledì 15 dicembre 2010

Fiducia. Nell’agopuntura

“Il problema è che il 90% dei politici rovina il buon nome dell’altro 10%”
(H. Kissinger)


L’agopuntura. Altro che il debito pubblico galoppante (a proposito, nuovo record: 1.867,398 miliardi di euro), gli operai in cassa integrazione, le discariche a cielo aperto a Napoli, il conflitto di interessi e la ‘Ndrangheta (che, sia ben chiaro, a Milano non esiste). Il vero problema dell’Italia è l’agopuntura.
Non parlate di mazzette e ricompense. Domenico Scilipoti, classe 1957, deputato eletto con l’Italia dei Valori, ha dato la fiducia al governo Berlusconi (alla seconda chiamata, “alla prima ero in bagno”) convinto del fatto che la neocofermata maggioranza si impegnerà a difendere le pratiche e il buon nome di questa terapia di ultimo grido in Italia, in Europa e nel mondo.
Anzi no. L’ha data perché una troupe di Annozero ha importunato sua madre.
Anzi no, l’ha data perché lui è contro l’usura ed il racket del mondo bancario, dal quale la sua nuova fiamma, tale Silvio Berlusconi, è notoriamente estranea.
Il paladino dell’antica terapia cinese ha in questo modo liberato definitivamente il campo da tutte le voci maligne che vedevano la sua improvvisa illuminazione pro-governo dopo 12 anni di feroce antiberlusconismo e 32 voti di sfiducia a Berlusconi (l’ultimo dei quali nel lontanissimo settembre 2010), come viatico per uscire da alcuni piccoli guai economico-giudiziari nei quali si era appena cacciato. Sette immobili pignorate e 200mila euro di debiti. Quisquilie.
Maligne sono anche le decine di persone che, dopo aver manifestato in suo favore in Piazza San Silvestro a Roma, hanno confessato di essere state pagate. Da chi? Da lui, naturalmente.
Ma sempre per il bene dell’Italia.

In assoluta malafede era anche quello strano ed inquietante personaggio che, non più tardi di qualche settimana fa, fantasticava di fantomatiche offerte in denaro ricevute dall’onorevole Antonio Razzi (Idv, naturalmente) per passare agli scranni della maggioranza. Il fatto che Razzi sia effettivamente passato alla maggioranza e che abbia lo stesso nome e la stessa faccia di colui che qualche settimana prima denunciava il tentativo di corruzione, è pura casualità.
Dando la propria fiducia a quella maggioranza che poche settimane prima gli offriva ricompense in cambio di un voto, Razzi ha fatto una chiara ed esplicita scelta di responsabilità.
Per il bene dell’Italia.

Guai a toccare il soldato Calearo, poi. L’industriale eletto nelle file del Pd è corso in soccorso di Berlusconi – confermando così di meritare la fiducia riposta in lui da Veltroni – perché “gli imprenditori me lo chiedono” e perché comunque, sia chiaro, lui è in Parlamento “per divertirsi”. Per il bene dell’Italia.

Niente da dire nemmeno sulla scelta della (ex)finiana-fururoliberista-sfiducista Catia Polidori. Certo, è molto marcata la somiglianza tra lei e la bionda che, non più tardi di un mese fa, aprì il primo congresso di “Futuro e Libertà”, durante il quale si annunciò l’uscita del partito dal Governo e si chiesero le dimissioni di Berlusconi. Ma sono solo coincidenze.
Così come una vera e propria coincidenza è stata la ragione che ha spinto la collega di partito Maria Grazia Siliquini a votare contro la sfiducia. Aveva dichiarato: “dieci minuti prima del voto mi guarderò allo specchio e deciderò”. Cosa ci poteva fare, la poverina, se lo specchio era rotto? E cosa può farci, ora, se Berlusconi le offre una poltrona da sottosegretarario? Dovrà accettare.
Per il bene dell’Italia.

Le proporzioni epiche di questa chiara, lampante ed indiscutibile vittoria politica del Governo e della maggioranza, lasciano ora aperti due possibili scenari, che vedono nella pronuncia della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento uno snodo fondamentale.
Sentenza che, a causa del clima surriscaldato degli ultimi giorni e per evitare che ne venisse data una lettura politica, è stata infatti genialmente spostata dal 14 dicembre a gennaio. Proprio quando dalla decisione della Corte dipenderà il futuro del Governo e quando, dunque, il clima sarà indubitabilmente disteso.

In base al verdetto della Consulta, Berlusconi avrà di fronte due alternative.
Nel caso in cui la Corte bollasse la legge come incostituzionale – ipotesi sostenuta dalla stragrande maggioranza dei giuristi – il Premier si giocherà il tutto per tutto chiedendo elezioni anticipate, potendo contare su una legge elettorale che lo favorisce e che fa invidia a quella con cui il listone fascista, nel 1924, ottenne la maggioranza in Parlamento.
Nel caso in cui la Corte desse il via libera al legittimo impedimento, Berlusconi vivacchierà fino ad ottobre 2011 - data in cui scadrà lo scudo per i suoi processi - cercando di allargare la maggioranza nell’unico modo che conosce. A quel punto si apriranno due strade: o l’approvazione del lodo Alfano (in)Costituzionale, per la quale è necessario che la campagna acquisti vada a buon fine, o nuove elezioni.
Il tutto, come sempre, nell’interesse e per il bene dell’Italia.

Viva l’Italia.

domenica 5 dicembre 2010

Vittorio e Marcello: dalle stelle alle stalle. Di Silvio

“Non mi chiedete chi sono i politici compromessi con la mafia. Se rispondessi, potrei destabilizzare lo Stato”
(T. Buscetta)




E' il 1974. Nixon si dimette per lo scandalo Watergate, la ABC trasmette la prima puntata di Happy Days, l’Italia piange gli otto martiri della strage neofascista di Piazza della Loggia. Un uomo varca per la prima volta il cancello di Villa San Martino, Arcore. Casa Berlusconi.
Occhialoni da vista in viso, accento siciliano, sguardo da duro. Il suo nome è Vittorio Mangano, il suo curriculum ricco di arresti e denunce. Berlusconi dice di averlo assunto come stalliere. E in effetti la splendida residenza appena prelevata a un prezzo stracciato dalle mani di Annamaria Casati Stampa, un’orfana minorenne, ospita, all’interno dello sterminato parco che la circonda, un maneggio.
C'è il maneggio, dunque, e c’è il fattore. Mancano, però, i cavalli. E mancheranno per tutti i due anni di permanenza dell'oscuro personaggio in villa.

Due anni che Mangano, raggiunto da moglie e figli ad Arcore, non trascorre tra biada e selle, ma vivendo a stretto contatto con il Cavaliere e la sua famiglia: porta i suoi figli a scuola, cena regolarmente allo stesso tavolo di Silvio anche in presenza di ospiti. Qualche volta invita pure dei suoi amici siciliani: secondo diversi pentiti, altro non sono che mafiosi latitanti.
Ogni tanto il soggiorno si interrompe. In ballo non ci sono corse equestri, ma i postumi della vita siciliana: due condanne definitive per ricettazione e porto abusivo di coltello.
Scontate in carcere la pena, Mangano torna a casa di Silvio, che, colto dal suo proverbiale spirito filantropico-garantista, lo riaccoglie a braccia aperte entrambe le volte. Che volete, sò ragazzi!
Berlusconi non fa una piega nemmeno quando i carabinieri lo avvisano che il suo inquilino-fattore è in realtà il basista di un tentativo di rapimento ai danni di un amico di lunga data del Cavaliere. Non c’è dunque da stupirsi se Silvio chiude un occhio anche quando dalla villa spariscono quadri, gioielli ed altri oggetti di valore: semplici rimborsi spese.

In realtà Berlusconi, che stupido non è, Mangano lo conosce eccome. La decisione di ospitarlo ad Arcore – come afferma il Tribunale di Palermo – è stata presa durante un incontro avvenuto negli uffici dell’Edilnord a Milano. Presenti Berlusconi e tre boss mafiosi di primissimo piano: Francesco di Carlo, boss di Altofonte che racconterà dell’incontro ai magisrati, Mimmo Teresi, boss della famiglia di Santa Maria del Gesù, e Stefano Bontate, il boss dei boss, il capo di Cosa Nostra che morirà ammazzato qualche anno dopo per mano dei Corleonesi di Totò Riina. Artefice dell’incontro Marcello Dell’Utri, amico intimo di Berlusconi, che trova nella mafia il riparo ideale per la sicurezza del Cavaliere. Secondo la sentenza della Corte d’Appello di Palermo che lo condanna a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, Dell’Utri è stato l’intermediario che ha permesso a Cosa Nostra di estorcere favori e denaro a Berlusconi e alle sue aziende. In pratica il Cavaliere, preoccupato dai sequestri e dalle minacce della mafia, non si sarebbe rivolto ai Carabinieri e alla magistratura per chiedere protezione, ma alla mafia stessa. Questione di gusti.

Nel 1976, due anni dopo il suo arrivo, Mangano lascia per sempre Villa San Martino. Ma Dell’Utri non lo abbandona. Marcello, che tra gli anni '70 e '80 partecipara ad almeno 2 cene tra boss mafiosi di primo livello, riesce a farsi intercettare dai carabinieri mentre discute al telefono con Mangano di cavalli da recapitare in albergo – secondo Paolo Borsellino quando Mangano parla di cavalli intende partite di eroina – e ad incontrare per almeno 2 volte (nel novembre del 1993, mente lavora alla creazione di Forza Italia) il boss mafioso, reduce da una condanna a 10 anni per traffico di droga (non a caso Borsellino lo definisce come la “testa di ponte di Cosa Nostra al nord” per il traffico di droga). Nuovamente arrestato nel ’95, Mangano subirà altre 3 condanne definitive: nel ’99 verrà condannato a 15 anni per droga e ad altri 15 per estorsione; nel 2000 verrà condannato all’ergastolo per duplice omicidio. Morirà in carcere il 23 luglio dello stesso anno. Hai capito questi fattori?
Berlusconi sembra invece volersi lasciare alle spalle questo ingombrante passato. Che, tuttavia, stando almeno alle dichiarazioni del finanziere Filippo Rapisarda e di alcuni pentiti, qualche segno lo lascia. Come i 113 miliardi di lire di provenienza sconosciuta (circa 250milioni di euro attuali) che tra il 1975 ed il 1983 rimpinguano le holding della Fininvest. Da dove vengono questi soldi? E’ il tesoro di Stefano Bontate, come sostengono i pentiti? Non lo sapremo mai. Il 26 novembre 2002, quando i giudici di Palermo entreranno a Palazzo Chigi per porgli questa semplice domanda chiarificatrice, Berlusconi si avvarrà della facoltà di non rispondere.

Chi è, allora, Silvio Berlusconi? Un complice inconsapevole? Una vittima inerme? O un imprenditore colluso? Domande che non trovano risposte. A meno che non si voglia dare retta a Frank Coppola, celebre mafioso degli anni ‘60 che, interrogato da un magistrato su cosa fosse realmente la mafia, rispose: “Poniamo che ci sia un concorso per un pubblico ufficio e ci siano tre candidati: uno colluso, uno stupido e uno molto vicino al governo. Vincerà sempre quello stupido.

Questa è la mafia”.

mercoledì 17 novembre 2010

Giochi a somma (non) zero

“Un uomo non dovrebbe mai vergognarsi di confessare di avere torto. Il che è come dire che oggi è più saggio di quanto non fosse ieri”
(Jonathan Swift)


Gioco a somma zero: situazione nella quale il guadagno-perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato dal guadagno-perdita di un altro partecipante. Tradotto: se qualcuno ha torto, qualcun'altro ha ragione; se qualcuno ci perde, qualcun'altro ci guadagna. Non in Italia.

Prendiamo le polemiche relative alle accuse mosse da Roberto Saviano nell'ultima puntata di “Vieni via con me” sui rapporti tra Lega e 'Ndrangheta al Nord. Lo scrittore ha sbagliato.
Innanzitutto perchè l'attribuzione dello status di “interlocutore” delle organizzazioni mafiose ad un solo partito è un errore talmente grossolano da sembrare volutamente capzioso per chi, come Saviano, conosce molto bene le logiche dei clan e la loro “apartiticità”, duttilità e trasversalità politica, requisito fondamentale per massimizzare le possibilità di infiltrazione nei piani alti della politica. Trasversalità che, come dimostrano le indagini ai danni dell'ex sindaco di Trezzano sul Naviglio Tiziano Butturini (Partito Democratico) da parte della direzione disterttuale antimafia, vige anche al Nord. Par condicio padana.
In secondo luogo poichè trae da una notizia vera, seppur riportata in modo frettoloso, generalizzazioni pressapochiste. I fatti sono questi.
Angelo Ciocca, consigliere regionale lombardo in quota Lega, viene filmato mentre discute con Pino Neri, esponente della 'Ndrangheta, sulla possibilità di candidare al Comune di Pavia un uomo dell'organizzazione calabrese. Risultato: un nulla di fatto. I vertici della Lega si oppongono alla candidatura ed il piano salta. Sono fatti sufficienti per stimolare un dibattito e, magari, un repulisti all'interno del partito di “Roma ladrona”? Assulutamente si. Bastano per accusare la Lega di “interloquire” con le organizzazioni mafiose al nord? Assolutamente no. Ci sono altre e più consistenti prove dei legami 'Ndrangheta-Lega Nord? Benissimo, che Saviano ne parli. Non ci sono? Allora eviti di esporsi all'immancabile controffensiva della Lega. Che, a proposito di giochi a somma (non) zero, non perde occasione per fare brutta figura e buttarla in caciara, vantandosi delle migliaia di arresti ai danni di boss mafiosi (come se fossero merito del pregiudicato Ministro dell'Interno Maroni e non del coraggio dei magistrati e di quelle forze di polizia ancora degne di tale nome) e chiudendo gli occhi di fronte ad un problema reale e preoccupante: quello della sempre più capillare presenza di organizzazioni criminali di stampo mafioso al nord ed in Lombardia.

Saviano, dunque, ha sbagliato. Diffidate da chi lo difende solo in quanto minacciato dalla Camorra, come se il solo fatto di avere la scorta imprimesse alle opinioni del perseguitato un timbro di verità, correttezza ed insidacabilità . L'esercizio del pensiero critico, vera e preziosa arma per difenderci ed uscire da questo zoppicante regime, è un atto disinteressato di onestà intellettuale: non può e non deve fare sconti a nessuno. Può essere sbagliato, ma rimane legittimo e desiderabile ove sincero ed argomentato. Diffidate da chi, in politica, vi chiede di amarlo: non vuole altro che la vostra supina sottomissione.

Ma il “se Atene piange, Sparta non ride” reso celebre da Enrico Mentana (a proposito: finalmente un telegiornale degno di tale nome) ed il nostro più prosaico gioco a somma (non)zero fanno vittime anche nel campo della politica “giocata”, quella fatta di voti e sondaggi elettorali. Protagonista, come al solito, il PD, vero e proprio guru del “giocare e perdere”.
Se a livello nazionale il PD perde consensi (26,5% contro l'oltre 33% del 2008) nonostante la parallela picchiata del Pdl, sceso ormai stabilmente sotto il 30% (28,5%), a livello locale il partito di centro-sinistra (nel senso che, come suggerisce il trattino, a volte sta al centro, altre volte sta a sinistra) fa addirittura peggio.
Nelle primarie di Milano il PD è riuscito ad incappare in una doppia sconfitta: perdere circa 15mila elettori nelle primarie cittadine (nel 2006 furono circa 82mila) e perdere le stesse primarie, nonostante il candidato avversario, Giuliano Pisapia, rappresentasse un partito, Sinistra Ecologia e Libertà, circa cinque volte più piccolo per bacino elettorale. Non una grande novità visto il recente passato (in)glorioso, quando qualsiasi candidato sostenuto alle primarie dal PD andava incontro a sconfitta certa. Leggendarie le sconfitte di Pistelli contro Renzi a Firenze e di Boccia (doppietta) contro Vendola in Puglia. Lo stesso Vendola che minaccia di sbaragliare le eventuali primarie di coalizione.
A meno che il Partito Democratico, per uscire e superare definitivamente il berlusconismo, non decida per un'astutissima alleanza con Udc e Fini (ovvero gli alleati di Berlusconi degli ultimi 12 e 16 anni) nel tavolo da gioco della politica italiana.
C'è un vecchio detto nel poker: “se dopo mezz'ora di partita non hai ancora capito chi è il pollo nel tavolo, allora il pollo sei tu”.

In Italia, la partita dura da 16 anni.

sabato 30 ottobre 2010

L’eterno ritorno del banale


"L’abitudine rende sopportabili anche le cose spaventose"
(Esopo)


Il buon vecchio Nietzsche sorriderebbe compiaciuto osservando la squallida ciclicità della politica italiana. Il tempo passa, il morboso intreccio tra fatti avvilenti e loro (in)degni protagonisti si ripete tristemente, ripresentandosi con una sconcertante circolarità. La Trattoria Italia, insomma, non chiude mai.

Cambiano solo gli ingredienti delle pietanze servite. Ieri Napoli luccicante entro un mese, oggi splendente entro 3 giorni. Ieri il lodo ordinario, oggi il lodo (in)costituzionale. Ieri l’ “ingrata” Veronica Lario, oggi la “rompicoglioni” Marcegaglia. Ieri l’ingenuo Scajola, oggi lo sbadato Fini. Ieri nel lettone di Putin, oggi nella vasca idromassaggio. Condite il tutto con una spruzzata di rutti-pernacchie-S.P.Q.R. di Bossi, capostipite di quel fiero popolo padano che,schiusesi le uova di trota, ha potuto ritrovare il proprio spirito celtico nel degno erede (nonchè figlio) del suo storico ed indomito leader, ed il piatto è finito, pronto per essere servito ad ogni elezione.

Ma il piatto del momento è il “caso Ruby”. “Cos’ha fatto di strano Berlusconi? L’Italia va a puttane, lui si adegua” potrebbero dire i maligni.
La questione, però, è più sottile e va ben al di là del facile (e spesso falso) moralismo vomitato in questi giorni dai politici, dai media e dalle immancabili organizzazioni cattoliche. I punti da chiarire dell’ennesimo sexy-scandalo (che di sexy, per la verità, ha ben poco) non riguardano nè il numero delle ragazze che hanno partecipato alla presunta orgia, nè la marca dei loro reggiseni né il nome del procacciatore di fanciulle.
Certo, Annamaria Casati Stampa si roderebbe l’anima nell’immaginare un’intera stanza della prestigiosa residenza di famiglia adibita ad Harem. La stessa villa che nel 1974 Cesare Previti, pro-turore dell’allora minorenne ed orfana Annamaria, vendette a Berlusconi per 500 milioni di lire: più o meno il valore di uno dei quadri contenuti all’interno della Pinacoteca (eh già, l’antico monastero benedettino, oltre ad una biblioteca da 10mila volumi, sterminati terreni tutt’intorno ed i manieri del famigerato “Stalliere” Vittorio Mangano possiede anche una prestigiosa pinacoteca ). Ma – si potrà dire – fatti suoi.

Il "caso Ruby" porta  però a galla alcune questioni fondamentali, delle quali i vari giornali e telegiornali sembrano, incredibilmente, disinteressarsi. Semplici domande alle quali un Primo Ministro dovrebbe dare delle risposte.

Domande che chiariscano, prima di tutto, le circostanze che portano il capo di un Governo ad:

  • accogliere nella propria abitazione una minorenne avvezza ai furti, a scappare dalle case famiglia a cui le autorità la affidano in seguito alle sue “ragazzate”, a sviluppare una rete di conoscenze nell’industria della notte;
  • regalarle gioielli somme in denaro, che variano, a seconda delle fonti, dai sette ai centocinquanta mila euro, comprensivi di una Audi nuova di pacca;
  • dare il proprio numero di cellulare e quello del suo capo scorta a lei e ad altre giovani ragazze dalle non meglio precisate occupazioni;
  • affannarsi nel tentativo di impedire l’arresto, mentendo sull’identità della ragazza (“è la nipote del presidente egiziano Mubarak”) ed esercitando pressioni indebite sulle forze di polizia;
  • affidare la ragazza alla custodia di Nicole Minetti, igienista dentale e ballerina televisiva fatta eleggere come consigliere regionale in Lombardia, che, tuttavia, dichiara di non aver mai ospitato Ruby.

Domande che, magari, chiariscano:

  • se e perché agli inizi di settembre Luca Giuliante, dirigente del Pdl milanese, tirò fuori Ruby dagli uffici della polizia ferroviaria della Stazione Centrale, dove i poliziotti l’avevano accompagnata poiché priva di documenti ma con migliaia di euro in contanti al seguito;
  • se è una coincidenza il fatto che lo stesso Giuliante, attuale avvocato di Ruby, sia anche l’avvocato di Lele Mora e Roberto Formigoni nonchè tesoriere del Popolo delle Libertà;
  • se le dichiarazioni rilasciate da Ruby alle autorità e prontamente ritrattate nelle interviste successive siano o meno il frutto di un ricatto-estorsione perpetrato dalla stessa giovane ai danni di Berlusconi e, soprattutto, se il Premier si sia reso ricattabile da lei o da altre ragazze.

Finora Berlusconi, sostenuto a gran voce e con sprezzo della decenza dal suo esercito di yes men, non ha blaterato altro che la solita, patetica barzelletta del filantropo premuroso.
Va così: gli altri popoli hanno il governo che si meritano, noi le barzellette.

Sporche.

martedì 27 aprile 2010

L'inizio della...Fini?

“La gente ti chiede una critica, ma in realtà vuole solo una lode”
(W. S. Maugham)




Il re è nudo. In casa sua. Fortunatamente, dato il soggetto in questione, solo in termini figurati.

Lo scontro Fini-Berlusconi ha scoperchiato, tutt'a un tratto e come nel più squallido dei varietà pomeridiani, ciò che si celava dietro alla favola “del partito del fare”, “del 60%”, “dell'amore che vince sempre sull'invidia e sull'odio”. E cioè la meno incantevole ma più realistica immagine di un partito di carta, fondato sulla devozione (per alcuni, ma soprattutto per alcune, pronazione) al capo, su di un culto del leader che sempre più spesso degenera in vera e propria idolatria verso un dio in carne (o meglio plastica) ed ossa, invece che su idee, valori e proposte politiche. Un partito privo dei più elementari meccanismi di democrazia interna, in cui il pluralismo viene quotidianamente annullato, le (poche) voci fuori dal coro riportate nei ranghi o cacciate, la meritocrazia vista con sospetto ed il clientelismo coltivato a piene mani.
Insomma, un non-partito (o un partito in piena regola, visti i tempi che corrono).

Questa premessa è fondamentale per capire le ragioni dell'asprezza dello scontro e delle ire di Berlusconi.
Per la prima volta in 15 anni il Re si è accorto di dover rendere conto a qualcuno in casa propria.
Non sono tanto i contenuti delle critiche mosse da Fini, dunque, ad irritare Berlusconi. Certo, il fatto che una personaggio tutt'altro che immacolato come l'attuale presidente della Camera debba ricordare al Presidente del Consiglio di combattere le organizzazioni mafiose invece di attaccare chi, come Saviano, le denuncia, di evitare di oltraggiare quotidianamente le istituzioni di garanzia della Repubblica, di smetterla di usare giornali e tv di famiglia per combattere i nemici e reprimere il dissenso e magari (addirittura) di smetterla di possederne, la dice lunga sullo stato di salute della democrazia in Italia. Il vero problema però, trattandosi del leader di uno stato che, formalmente, si dice ancora democratico, è il fatto stesso che questi dimostri, una volta per tutte, la sua quasi antropologica insofferenza alla critica ed al dissenso.

E si che il monarca di Arcore aveva pensato a tutto per evitare che la sua reggia venisse oltraggiata. Telecamere ovunque, il logo con il suo nome a caratteri cubitali in bella mostra, gli interventi dei suoi cortigiani ad anticipare il suo comizio ed il discorso di Fini, lo scudiero ribelle, relegato al tardo pomeriggio, quando i giornalisti stanno già pensando a come trascorrere la serata.
Poi, tutt'a un tratto, il fuori programma: una frase di troppo, Fini che fa per andarsene e la mossa che si rivelerà un boomerang: l'invito sul palco. E qui avviene l'irreparabile, proprio su quel terreno mediatico e d'immagine che Berlusconi aveva da sempre monopolizzato. Il ribaltamento dei ruoli è totale: il leader relegato ai margini del palco che sbraita a microfono spento mentre il rivale, al centro della scena, denuncia, critica, attacca. Lesa maestà!
La replica di Berlusconi, ormai alle corde, è il solito e confuso refrain del complotto e delle menzogne contro di lui. Fini reagisce di nuovo: si alza, punta il dito, quasi lo schernisce. Cala il sipario.
Per l'ex leader di An una vittoria in trasferta.
Per colui che ha trasportato i linguaggi della pubblicità in politica una clamorosa sconfitta in casa, senza i tifosi ospiti.

E con l'arbitro a favore.


sabato 27 marzo 2010

Dichiarazione di v(u)oto

“I cittadini contano solo il giorno delle elezioni”
(J.J Rousseau)





Dunque, ci siamo. Domani (dalle 8 alle 22) e dopodomani (dalle 7 alle 15, salvo decreti interpretativi), si voterà per le elezioni regionali ed, in alcuni casi, per le elezioni comunali.

Per le elezioni regionali la scheda è verde e prevede due possibili votazioni: quella del presidente della regione e quella dei consiglieri regionali.
Per votare il presidente regionale si può:
- tracciare una croce sul nome del candidato prescelto;
- tracciare una croce sulla lista regionale collegata al candidato prescelto (la si troverà sotto al nome del candidato presidente), uguale in tutta la Lombardia
- tracciare una croce sul simbolo di una lista provinciale collegata al candidato prescelto. In questo modo il voto per il consiglio regionale non andrà ai candidati della lista regionale collegata al candidato presidente prescelto ma al capolista della lista provinciale votata (o al candidato preferito all'interno di quella lista, specificandone il nome nell'apposito spazio)

Se si vota solo per il candidato presidente o per il relativo “listino”, uguale in tutta la regione, il voto per il consiglio regionale viene attribuito in automatico agli appartenenti alla stessa lista regionale.
Se invece si opta per il cosiddetto “voto disgiunto”, ovvero per la votazione di un candidato presidente e di una lista ad esso non collegata, dopo aver sbarrato il nome del candidato presidente prescelto si dovrà tracciare una croce sulla lista provinciale preferita. In questo caso, ovvero votando per una lista non collegata al candidato presidente prescelto, si avrà la possibilità di esprimere una preferenza per il consigliere regionale preferito all'interno della lista stessa, scrivendo il suo nome nell'apposito spazio.

In ogni caso potete trovare tutte le liste provinciali e regionali qui.

Per quanto riguarda le elezioni comunali potete invece trovare una breve guida qui.

Essendo convinto del fatto che non esista un “voto giusto” in sé, mi limito a presentare la mia scelta e a segnalare alcuni candidati che ritengo particolarmente “meritevoli”.
Voterò per il “Movimento 5 stelle”, sia per quanto riguarda il presidente di regione (Vito Crimi) che per quanto riguarda il consiglio regionale, esprimendo la mia preferenza per Bruno Misculin.
Ho conosciuto Bruno personalmente nei mesi di collaborazione con il meetup “amici di Beppe Grillo” di Milano. Persona di estrema umiltà, semplicità, umanità, dotato di un grande cuore e di grande competenza, modello di indomito impegno civile e di genuina passione politica. Un esempio per tutti noi.
L'iniziativa ed il programma nascono per iniziativa di Beppe Grillo e, soprattutto, delle centinaia di gruppi volontari che in questi ultimi anni si sono impegnati quotidianamente nelle battaglie per i diritti civili, per l'ambiente, per la legalità e per la giustizia. Persone qualsiasi che si sono rimboccate le maniche nel tentativo di introdurre una ventata di aria nuova nella politica stantia e putrefatta dell'Italia di oggi.
I candidati sono tutti incensurati (!!), residenti nella circoscrizione in cui si candidano, mai iscritti a partiti.
Il programma prende spunto dalle storiche battaglie di Grillo: dall'acqua pubblica, al progetto “rifiuti zero”, alla democrazia diretta, al wireless gratuito, al no agli inceneritori ed al nucleare. Fondamentale l'importanza attribuita alla rete, tramite la quale i candidati si impegnano a comunicare costantemente con tutti i cittadini, proponendo la diretta via web delle sedute del consiglio regionale e discutendo in rete, prima della loro presentazione ufficiale, le varie proposte di legge.
Dunque un voto per un rinnovamento vero, fuori dalle logiche affaristiche e clientelari dalla partitocrazia italiana.

Per quanto riguarda le liste circoscrizionali di Milano, segnalo la presenza di:
- Giulio Cavalli per l'Italia dei valori, giovane regista-scrittore che ha fatto della sua professione uno strumento di denuncia ed informazione in tema di libertà e diritti civili (per questo vive da qualche mese sotto scorta, minacciato dalla mafia)
- Basilio Rizzo e Vittorio Agnoletto per Rifondazione Comunisti Italiani, anime della Milano che resiste, da sempre in prima linea per la difesa della democrazia e della Costituzione.
Per quanto riguarda la provincia di Bergamo segnalo la presenza di Daniele Martinelli, giornalista d'assalto, per questo “relegato” al web.

Mi astengo da qualsiasi commento sulla lista del presidente uscente Formigoni, il quale, leggi alla mano, non potrebbe essere rieletto in quanto giunto ormai al suo terzo mandato. L'articolo 2 della legge 165 del 2004 stabilisce infatti la non eleggibilità immediata di un candidato presidente che abbia già svolto 2 mandati consecutivi. Il vecchio Roberto si difende dicendo che la legge, essendo stata approvata nel 2004, non poteva riguardare i suoi 2 mandati precedenti (se eletto Formigoni sarebbe al quartodicoquarto mandato consecutivo, alla faccia del rinnovamento). Penati, candidato presidente del Pd, ha subito espresso la sua solidarietà in quanto il suo partito è nella stessa condizione in un' altra regione. Tuttavia Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, ha fatto intendere che la possibilità di una destituzione postuma di Formigoni in caso di rielezione è concreta.


Dunque, non ci resta che...ridere.