
domenica 22 maggio 2011
El pueblo (p)unido jamas será vencido!

martedì 3 maggio 2011
U.S.A.ma Bin Laden
“La storia sono fatti che finiscono col diventare leggenda; le leggende sono bugie che finiscono col diventare storia”
(Jean Cocteau)

Ammettetelo: siete felici. O almeno sollevati. Ora che Bin Laden è morto non dovrete più spiegazioni al poliziotto di turno che, aprendovi la valigia per requisirvi lo shampoo, vi chieda conto di quelle manette e di quel frustino. “No, non sono un fuggitivo e nemmeno un fantino!”.
Se vi siete ritrovati nella descrizione di queste prime righe, questo blog – o almeno questo articolo – non fa per voi. Non per via del frustino, sia chiaro. E nemmeno delle manette. Quanto perché chi vi scrive ha ormai sviluppato una sorta di scetticismo preventivo ogniqualvolta sente tirare in ballo l’argomento Bin Laden-terrorismo islamico-11 settembre – e non solo, direte voi (maligni).
Per oggi, tuttavia, farò un’eccezione. Sarà l’aria di primavera, la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II o quella pillola blu che un tizio basso e truccato incontrato l’altro giorno ad Arcore mi ha regalato. Fatto sta che in questi giorni sono proprio di ottimo umore.
Dunque, acconsentirò di buon grado a vestire i panni dell’americano medio – che, in questi casi, non è altro che l’italiano medio con qualche chilo in più sui fianchi e nel cesto dei pop corn – , agli occhi del quale i macroscopici buchi-incoongruenze-menzogne della versione ufficiale dell’11 settembre – che persino un Sallusti qualunque farebbe fatica ad accreditare – e i decennali e documentati rapporti che la famiglia Bin Laden intratteneva con la famiglia Bush prima durante e dopo i famigerati attentati sono semplici scherzi del destino. Fugherò i numerosi dubbi relativa alla stessa esistenza storico-politica del barbuto terrorista saudita e ignorerò persino il goffo lavoro di photo editing con cui si è cercata di dimostrare l’avvenuta morte di Bin Laden, prontamente confermata dai membri di Al Quaeda - anche loro, a quanto pare, amanti del sadomasochismo da manette e frustino.
Ebbene, ingoiate acriticamente tutte queste originali storielle, il bilancio di 10 anni di quella guerra al terrore (no, Bossi, ho detto terrore!), che oggi sembra aver trovato la sua degna conclusione, è il seguente. Per difendersi da un attacco terroristico – che, per quanto cruento e spettacolare, fece 2974 morti e 24 dispersi – e portare la pace, i diritti umani, la democrazia, la prosperità e il benessere nei territori governati dai fondamentalisti, gli Stai Uniti d’America e i suoi fedeli alleati occidentali hanno:
- Attaccato due stati sovrani – Afghanistan e Iraq – che, in precedenza, avevano finanziato e supportato anche militarmente;
- Ucciso tra gli 80 e i 100mila civili – anche se una ricerca della Scuola medica Bloomberg dell’Università Johns Hopkins ha stimato ben 601.027 vittime civili nel solo Iraq;
- Torturato e detenuto illegalmente prigionieri stranieri, nonchè violato i più elementari diritti umani;
- Compiuto un’operazione militare in territorio straniero senza informare lo stato in questione (il Pakistan), in spregio a tutte le norme internazionali;
- Insediato un presidente fantoccio (Karzai), il cui fratello è da almeno 8 anni a libro paga della CIA, e fatto impiccare l’altro (Saddam), ormai sgradito;
- Speso oltre 3mila miliardi di dollari – per capire l’entità di questa cifra basti pensare che con circa 20 milioni di dollari, meno della metà di quanto l’Italia spende mensilmente per la guerra in Afghanistan, Emergency ha costruito tre centri chirurgici, un centro di maternità, 28 ambulatori e curato oltre due milioni e mezzo di afgani.
Il tutto per uccidere un uomo – descritto più o meno come un cavernicolo, lo stadio evolutivo immediatamente successivo a quello di un leghista – e il suo manipolo di fedeli.
Il tutto nella singolare convinzione che buttare tonnellate di piombo sulla popolazione di quegli stessi stati islamici che erano considerati dei potenziali focolai del fondamentalismo islamico, aiutasse a invertire la presunta propensione antioccidentale degli stessi abitanti – “Ehi ragazzi, non ci vedete? Noi siamo i buoni!” – e diminuisse in questo modo il pericolo di attentati da parte di cellule terroristiche arabe.
Eppure, nei 10 anni post-undici settembre, delle centinaia di migliaia di fantomatici arabi pazzoidi convinti che sacrificare le proprie membra spappolate all’altare del dio di turno fosse l’unico modo per redimere questo mondo infame (o almeno una parte di esso), sono stati solamente 7 quelli che si sono fatti saltare in aria (i 4 degli attentati nella metropolitana londinese e i 3 degli attentati a Sharm el Sheikh).
Eppure, per anni, dei brividi vi hanno percorso la schiena ogni qualvolta una faccia olivastra, magari anche barbuta, faceva capolino nel vostro vagone della metropolitana. E no, non era per via dell’alito.
Mentre quando vi accalcavate fuori dalle farmacie per comprare i vaccini anti sars – e se non voi i vostri genitori o comunque qualcuno in cui riponete un minimo di stima e fiducia (si, anche se leghista!) – eravate convinti di allungare la vostra speranza di vita. Che, invece, si abbassava. Soprattutto se eravate tra quelle decine di bambini giapponesi morti in seguito all’assunzione del vaccino stesso, la cui efficacia, ironia della sorte, era completamente sconosciuta (e comunque ininfluente: non ci fu un solo caso di trasmissione del virus uomo a uomo e in Vietnam, il paese più colpito dalla Sars, morirono in tutto 42 persone in due anni). Tutto questo perché gli USA di George Bush, seguiti a ruota dai paesi UE, spesero 7,1 miliardi di dollari nell’acquisto di nuovi vaccini anti-sars e nel supporto alla ricerca delle grandi case farmaceutiche, garantendo a queste ultime l’immunità legale per gli eventuali danni collaterali provocati sui pazienti dagli stessi farmaci.
Ma non chiamateli terroristi.
martedì 26 aprile 2011
Auguri libertà! Ci manchi?
(P. Calamandrei)

No, il 25 aprile non è la festa di tutti. Affermare il contrario suonerebbe come un’offesa nei confronti delle migliaia di partigiani che, con il loro sangue, hanno issato la bandiera della libertà e della giustizia, scolpendola nelle pagine della nostra Costituzione.
La stessa Costituzione che, poco più di 60 anni dopo, viene quotidianamente minacciata – dove non esplicitamente violata e violentata – da figurine di partiti – chiamarli uomini sarebbe troppo – che il concetto di “libertà” l’hanno solo nel nome.
Parlo del Ministro della Difesa Ignazio La Russa, sommerso di fischi mentre cercava di catechizzarci – probabilmente per motivi di legittima difesa – sull’opportunità di “seppellire le ferite del passato”.
Parlo del Presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, figlio di quell’Emilio Formigoni che, da Comandante delle Brigate Nere di Missaglia, si rese responsabile della strage fascista di Valaperta, oltre che di sevizie, rastrellamenti e ritorsioni in tutto il territorio brianzolo. Il figlio ne ha sempre lodato l’esempio.
O ancora di quella folta schiera di neo-fascisti e berlusconiani neo-redenti (da entrambi i regimi) che si raccoglie sotto il nome di Futuro e Libertà, o di tutti coloro che ogni 25 aprile tirano in ballo i massacri delle foibe, che con la lotta partigiana italiana non c’entrano praticamente nulla – anzi: numerosi sono gli esponenti antifascisti del Comitato di Liberazione Nazionale uccisi dai partigiani jugoslavi di Tito.
Per dirla tutta, la buttano in politica anche quel discreto numero di antifascisti che, ogni anno, animano lo stridente dibattito sui meriti della lotta di liberazione, rileggendo quello che è stato un grande movimento di ribellione anti-dittatoriale con le lenti della politica. Dimenticando che quei volti scavati dalla fame e dalle fatica, quei corpi crivellati dai proiettili delle rappresaglie nemiche, quegli scarponi consumati, non marciavano sulle montagne in direzione di un simbolo di partito, ma verso il più nobile degli orizzonti: quello della libertà.
A dispetto del suo colore, insomma, il sangue che i partigiani sacrificarono nelle piazze, nelle carceri e nelle campagne a partire da molto prima dell’occupazione nazifascista è allo stesso tempo il figlio di questa irrefrenabile e romantica pulsione pre-politica e il padre della nostra Costituzione.
Il 25 aprile, dunque, non è la festa di tutti, ma la festa di “tutti quelli che”. Che si riconoscono in quei valori della resistenza ancora vivi nella nostra Costituzione. Che vedono nella libertà, nella giustizia e nell’uguaglianza tra gli uomini i binari fondamentali lungo i quali spingere il treno del nostro futuro. Che pensano, che agiscono e che – all’occorrenza – reagiscono a qualsiasi forza spinga in senso contrario a questi fulgidi orizzonti.
E’ la festa di tutti quelli che si battono ogni giorno contro i nuovi fascismi: la mafia, una cultura dominante che sembra avere come unica bussola uno sviluppo sempre più cieco, ottuso e dannoso e un’accumulazione sempre più bulimica di ricchezza materiale, una televisione che coltiva a piene mani mediocrità e inettitudine, spacciandole per modelli culturali a cui la società – ormai concepita come un’inanimata variabile dipendente – deve tendere.
Tutti quelli, insomma, che da partigiani vivono.
Tutti quelli che, come Antonio Gramsci e Giacomo Matteotti, Carlo Rosselli e Placido Rizzotto, Pio La Torre e Giorgio Ambrosoli, Paolo Borsellino e Vittorio Arrigoni,
da partigiani sono ancora disposti a morire.
domenica 17 aprile 2011
Recitare Alda sull'EMME2
(K. Jaspers)
Martina, con un’abilità narrativa e descrittiva che fa arrossire di invidia questo blog (e il sottoscritto), racconta il suo recente esperimento “sociologico”, offrendo numerosi e interessantissimi elementi di riflessione.
Dunque, a lei (che ringrazio) la penna.
Premessa e riflessioni: Un compito non facile. Riconosco, a me stessa e agli altri, che fare i conti con il proprio (imposto?) senso di vergogna è stata una sfida in parte sottovalutata. Credevo, non appena ricevuta la consegna dell'esercizio, che sarei riuscita a svolgerlo la sera stessa; invece questa convinzione istintiva si è trasformata in un percorso intenso ed elettrizzante di intimi dialoghi tesi a spronarmi, a smontare le giustificazioni che trovavo per rimandare, a fornirmi motivazione. Ho dubitato pochissimo nella scelta di quale poesia recitare. Indecisa all'inizio, ho poi optato per un testo a cui sono molto legata, sia emotivamente che intellettualmente: una delle tante meravigliose, appassionate e tormentate dichiarazioni d'amore all'Amore scritte da Alda Merini. “Mi sono innamorata/ delle mie stesse ali d'angelo,/ delle mie nari che succhiano la notte,/ mi sono innamorata di me e dei miei tormenti./ Un erpice che scava dentro le cose,/ o forse fatta donzella/ ho perso le mie sembianze./ Come sei nudo, amore,/ nudo e senza difesa:/ io sono la vera cetra/ che ti colpisce nel petto/ e ti dà larga resa”. Ho scelto questa autrice per una ragione ben precisa. Oltre alla bellezza e alla vorticosa pienezza delle sue parole, Alda Merini è una donna che per tutta la sua vita ha sorriso (e deriso) in faccia agli stereotipi, alle etichette; ha sfidato, talvolta inconsciamente, il senso comune e specialmente il pubblico pudore vivendo e raccontando di amori passionali caratterizzati da una carnalità spinta all'estremo. È una donna, per riassumere, che ha sempre avuto il coraggio di non avere vergogna di sé, delle proprie emozioni e percezioni, del suo essere immensa e indefinibile. Proprio questo coraggio di non avere vergogna, se intendiamo la vergogna come il risultato di una costruzione sociale volta a normalizzare e controllare ogni fenomeno, è ciò che più mi ha ispirato. Se inizialmente, più volte, mi sono scoperta a improvvisare giustificazioni per il fiato corto e la voce che non usciva (“questo vagone è inadeguato, troppo grande, troppo dispersivo, troppa poca gente” o ancora, “ no, la voce elettronica che annuncia le fermate confonde, non va bene”, ed altre ragioni assolutamente pretestuose) la svolta è stata trasporre questo esercizio sul piano della sfida: sfida con me stessa sì, ma soprattutto sfida tra me e la società nel suo complesso. La volontà di abbattere il muro della vergogna, il non voler accettare il modus diffuso e diffusivo per cui una persona non legge una poesia su una metropolitana alle 20.30 di un venerdì sera qualunque. Perché non posso?, mi sono domandata. Al di là delle logiche che appartengono alla sfera della convivenza civile e reciprocamente rispettosa (se tutti urlassero, cantassero, declamassero versi, i luoghi pubblici sarebbero invivibili), io voglio sentirmi nella posizione di poter decidere se e come e quando commettere una precisa azione: più probabile che tenderò a non recare disturbo agli altri, ma sta al mio buon senso, alla mia razionalità, scegliere se muovermi in direzione di un comportamento socialmente dirompente o, al contrario, non urtare l'ordinarietà; ma partendo da un presupposto altamente significativo e centrale: la personale percezione della potenziale libertà di scegliere.
La scena e le reazioni: Metropolitana, linea verde. Sono le 20.30, ora di rientro per i più, quando salgo sul vagone. Non cerco un posto a sedere, come è mio solito, ma resto in piedi un po' defilata per osservare l'ambiente, familiarizzarci, aspettare di avvertire la sensazione propulsiva. Lascio che il treno consumi un paio di fermate, inspiro, respiro ed esclamo, a voce altissima per coprire i rumori dei binari, il primo verso. Stringo il libro nella mano destra che lo impugna ma mi guardo intorno per poter incontrare gli occhi dei presenti che si sollevano e si spalancano. Ad intermittenza rivolgo la mia visuale al libro e alle persone, macino fino alla fine tutti i versi, alzo nuovamente lo sguardo, sorrido (o forse rido, addirittura) e vado a sedermi cercando un posto che non mi precluda la visione di un angolo del vagone. Le reazioni che raccolgo sono le più disparate ma non del tutto imprevedibili. Una ragazza, seduta affianco a me, si complimenta per il coraggio e per la mia bravura, dice: “Bella!”. Mi viene spontaneo chiederle se si fosse domandata il senso della mia azione e lei, in piena sincerità, mi risponde di aver creduto che si trattasse di un esercizio per un corso di recitazione perché “eri sicura, brava e sorridevi tanto mentre leggevi!”. Vorrei continuare a parlare con lei che così sinceramente ha sospeso il giudizio ed ha voluto entrare in contatto con me ma è arrivata alla sua fermata. Si alza in fretta, mi saluta con la mano e mi ringrazia per quel momento. Un'altra ragazza, più timidamente, mi chiede solamente se fossi io l'autrice di quella poesia. Si congratula per il coraggio ma è evidente che non intenda parlare, lo avverto dal fatto che per esempio non mi avvicina ma mi parla restando a due sedute di distanza da me. Ci scambiamo un sorriso finale e il nostro dialogo si esaurisce fino a che, arrivata a destinazione, mi saluta con un cenno. C'è poi una signora, seduta al fondo del vagone, che mi osserva fissamente dal primo istante, prima ancora dell'azione. Non so cosa esattamente abbia attirato e fatto permanere la sua attenzione, me lo chiedo ma non trovo risposta (forse è la più scontata: il mio “apparire” non esattamente confondibile, diciamo così, ma mi sembra riduttivo limitarsi all'abbigliamento; c'è altro, che non capisco, nel suo modo di guardarmi). Solo dopo la lettura, i suoi occhi hanno cominciato a spostarsi ad intervalli da me alla mia mano che appuntava e viceversa; ed in questo modo per tutto il viaggio (circa mezz'ora!). Uno sguardo davvero complesso da decifrare, il suo: interrogativo ma non particolarmente curioso, rigido, un po' cupo ma non severo, né una volontà di comprensione né un giudizio affrettato, ma neanche indifferenza, altrimenti non avrebbe indugiato tanto a lungo su di me. Infine le altre reazioni raccolte, che sono invece più composte: chi ridacchia all'irrompere della mia voce inaspettata sulla scena, chi mi guarda (o meglio, fulmina) con fare quasi infastidito come se abbia costituito motivo di interruzione o distrazione, chi addirittura, parlando al telefono mentre recito, proferisce sottovoce ma con aria palesemente stizzita queste parole: “ Ehi, c'è una pazza in metro che legge e urla, non ti sento...ripeti, per favore!”. Chi, infine, solleva lo sguardo un istante solo all'inizio ma poi riduce a zero il suo sforzo di interpretare la situazione, di attribuirle un senso più o meno articolato che non sia una sorta di disinteressato “...guarda et passa...”, per poi ovviamente rituffarsi nell'i-phone che maneggiava prima dell'interruzione, nel portatile per ultimare il lavoro tralasciato, nel proprio romanzo, banalmente nella propria comoda ed inviolabile ordinarietà. Arrivo alla mia fermata. Mi sento felice, grintosa, liberata da un immane senso di vergogna e spogliata da quella inibizione paralizzante. Penso che vorrei rifarlo, ripenso a quanto liberatorio sia stato e mi convinco che lo rifarò. Ricorrerò a questa scarica energizzante di forza quando mi sentirò di nuovo abbattuta, triste, turbata, proprio come il giorno in cui l'ho fatto per la prima volta, con nel cuore il dolore per la morte di Vittorio. Vittorio Arrigoni.
Martina Mazzeo, 15/04/2011.
venerdì 1 aprile 2011
Deja-vu(lnus) satirico
(G. Sartori)
L’altro giorno ho avuto un deja-vu. Proprio così: quell’inspiegabile combinazione di eventi e coincidenze che ti fa provare la strana sensazione di essere nel bel mezzo di una situazione o esperienza già vissuta in passato, mi ha percorso le membra, scuotendomi dalla testa ai piedi – non un grande tragitto, lo so.
Eravamo a cavallo tra la seconda metà degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90 quando un tondeggiante signore milanese, amante della bella vita – era un frequentatore abituale delle più note bische della “Milano da Bere” – e delle belle donne – alla sua amante Anja Pieroni regalò addirittura una casa, un’albergo e un canale televisivo – intratteneva cordiali e rapporti con un sanguinario dittatore libico che, quando non faceva massacrare e torturare centinaia di oppositori politici nelle carceri, predicava austerità, con il solo intento di rendere meno indigesta al suo popolo la situazione di indigenza e povertà a cui lo aveva condannato. L’amicizia tra i due era tale che, saputo della volontà americana di bombardare la residenza del dittatore, il paffuto signore milanese nonché Presidente del Consiglio dei Ministri italiano di allora, si precipitò ad avvisare il suo sodale, salvandogli la vita.
Qualche anno dopo, travolto da una mezza dozzina di scandali politico-giudiziari e preso letteralmente a monetine in faccia – insieme a buona parte dei parlamentari di allora – da una folla inferocita di elettori che gli chiedevano conto delle sue malefatte, scappò in Tunisia per evitare di finire in gattabuia.
Vent’anni dopo sento parlare di un tarchiato signore milanese – anch’egli Presidente del Consiglio, anch’egli amante della bella vita e delle belle donne, anch’egli al centro di numerosi scandali politico-economico-sessual-giudiziari – duramente contestato da una folla inferocita di elettori che gli chiedono conto delle sue malefatte, nonchè di un fitto lancio di monetine davanti al Parlamento.
Preoccupato dall’ipotesi di trovarmi vittima di una traslazione spazio-temporale, scopro che il cicciotto signore milanese si sta per recare in Tunisia. Ormai sconsolato, mi appiglio all’ultima speranza e guardo in direzione del cielo libico: niente da fare. Ancora bombe su Tripoli e faccione del riccioluto dittatore, che con i suoi deliranti monologhi cerca in tutti i modi di avvalorare le tesi di Lombroso, ancora in televisione. Nessuno stupore, dunque, quando apprendo che i due – il paffuto milanese e il dittatore – sono grandi amici che, in un recente passato, hanno condiviso tutto – ma proprio tutto, a quanto sembra.
E, invece, proprio quando ho ormai deciso di recarmi a Chernobyl per vedere coi miei occhi l’esplosione del reattore numero quattro – ebbene sì: allora, nel 1986, queste cose succedevano ancora – scopro l’imponderabile: il dittatore libico è si lo stesso di 25 anni fa, ma i due milanesotti sono due persone diverse. Uno è morto ed è in stato di decomposizione. L’altro, pur essendo in evidente stato di decomposizione, è ancora vivo e vegeto. Oltre a questa sostanziale differenza, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi differiscono per altre due caratteristiche. La prima è che il primo portava gli occhiali, la seconda è che il primo, nel bene (poco) e nel male (molto) era un politico. Il secondo non lo è.
Se lo fosse, infatti, oggi voi non leggereste questa noiosa storiella del deja-vu, ma una più brillante rivisitazione in chiave satirica delle proposte avanzate dal nostro premier per risolvere l’ “emergenza Lampedusa” – che di emergenziale, per la verità, ha ben poco, essendo stata preventivata da oltre due mesi e in scala assai maggiore (lo so: sono uno dei pochi che dà ancora retta alle cifre sparacchiate da Maroni).
Fare satira politica, però, vuol dire prendere personaggi vagamente seri e credibili, esaminarne le affermazioni – che necessitano anch’esse del requisito della credibilità, oltre a quelli della verosimiglianza e, almeno in una qualche misura, della rispettabilità – e dileggiarle, ottenendo così un’immagine caricaturale del soggetto in questione e delle relative esternazioni. E’ proprio per tutti questi motivi che nessuno farebbe mai satira su di un pazzo mitomane.
Mi volete spiegare, allora, come potrei dileggiare un personaggio che spaccia per soluzioni a una crisi umanitaria di dimensioni epocali il fatto di “aver comprato una casa a Lampedusa”, di voler istituire una “moratoria bancaria e fiscale” per gli abitanti dell’isola e di “aprire un’impresa di commercio del pesce”, più di quanto già non facciano le sue stesse affermazioni? Potrei magari ribattere in tono ironico: “bravo Silvio! E perché non costruisci un campo da golf?”, ma l’ha già detto lui. Allora potrei provare con un “Si! Vogliamo anche il nobel per la pace ai lampedusani!”, ma anche qui arriverei in ritardo. “Costruisci un casinò!”: già detta anche questa.
Se proprio vogliamo sorridere, allora, dobbiamo immaginarci un premier (magari non coinvolto in una ventina di processi che vanno da mafia a traffico di droga, da strage a corruzione) che, sbarcato sull’isola ben prima che le ondate di migranti la sommergessero – per la felicità dei leghisti, che oggi hanno finalmente qualcosa su cui ruttare (chiedo scusa, parlare) – , rassicurasse la popolazione lampedusana, esponendo un piano preventivo di accoglienza e smistamento dei migranti e precisando in anticipo che, nel caso in cui la situazione dovesse degenerare, lui si prenderebbe tutte le responsabilità politiche del fallimento del piano, dimettendosi immediatamente. Questa si, sarebbe vera satira.
L’unica satira che ci è rimasta.
sabato 19 marzo 2011
Inutilità d’Italia
(K. von Metternich)
Chiamatelo pure cinismo, ignoranza o superficialità, ma io, il 17 marzo, non ho proprio capito che cosa diavolo si sia festeggiato.
Mi dicono che era l’anniversario dei 150 anni dalla nascita dell’Italia unita. “Embè?”, mi verrebbe da rispondere.
Tralasciamo il paradosso per cui la Sardegna, dal cui regno l’Italia deriva, è oggi la più secessioniste tra le regioni italiane – e, a guardare la latrina politico-economico-morale in cui una cricca di spregiudicati arrivisti sta facendo sprofondare il belpase, non le si può certo dare torto.
Tralasciamo pure il patetico teatrino del “festa nazionale si” – “festa nazionale no”, risoltosi in una sterile baruffa tra nostalgici del ventennio e industriali che blaterano di incalcolabili contraccolpi sulla produttività e sull’economia in un’annata in cui, peraltro, 25 aprile e 1° maggio cadono in giorni festivi (per la gioia di molti?).
Ebbene: perché dovrei festeggiare? Forse perché 150 è un multiplo di 5? O perché è un multiplo di 10? Lo è anche di 15, a pensarci bene. Ed è pure la metà di 300. Niente male come significato simbolico! E dire che il superficiale ero io…
E ancora: perché dovrei celebrare l'Unità? Voglio dire: è “unita” ’Italia che ha schiavizzato e colonizzato mezza Africa. E’ “unita”l’Italia che si è resa complice del più grande e infame genocidio che la storia ricordi. E’ “unita” (o meglio: è proprio da quando è unita) l’Italia che ha accolto e fatto germogliare nel suo grembo il seme delle più potenti e pervasive organizzazioni criminali del mondo. E ancora: è “unita” l’Italia che si è indebitata fino all’orlo del collasso (ma “ci stiamo lavorando”, sembrano dirci i nostri amati banchieri e politicanti) ed è “unita” l’Italia che ha mandato a morire i propri soldati in nome del nulla, affamato i propri abitanti e cancellato il futuro di intere generazioni.
Ma soprattutto: che cosa dovrei festeggiare? “L’orgoglio di una nazione che ha dato i natali a Cavour e Mazzini, a Dante e Petrarca, a Fellini e Benigni!” mi sento ripetere ossessivamente in questi giorni.
Ora: che il semplice fatto di essere nato all’interno della stessa giurisdizione di un’altra persona, per quanto virtuosa e stimabile, trasferisca per osmosi analoghe doti e virtù a tutti gli abitanti di quella stessa giurisdizione mi sembra una teoria già parecchio stramba (e, per certi versi, pure offensiva: i vari Dell’Utri, Scilipoti, Mussolini e Bossi son pur sempre nati sul suolo italico): il fatto di condividere con Benigni e Fellini le stesse 8 lettere a fianco della voce “nazionalità” della carta d’identità non mi rende certo un uomo migliore, così come abitare nella stessa via di un prete non mi provocherebbe improvvisi e irrefrenabili raptus pedofili (si scherza, Padre!).
E nemmeno ho mai particolarmente amato e interiorizzato i concetti di patria e nazione. Forse perché, dietro di essi, ho sempre visto celarsi la dicotomia interno/straniero, e con essa i germi della discriminazione tra gli uomini e della contrapposizione amico/nemico che, oltre ad essere categorie particolarmente insopportabili in sé, sono state storicamente foriere di odio e violenza.
O, forse, perché in una vera nazione, a ben vedere, credo di non aver mai vissuto.
Qual è, in cosa si contraddistingue, da cos’è legato quel “popolo” italiano con cui molti, in questi giorni, si riempiono la bocca? Dal “gli immigrati a casa loro!” dei (neo)fascisti?
Dov’è la solidarietà che dovrebbe contraddistinguerlo? Nelle farneticanti accuse leghiste ai terremotati dell’Aquila?
Dove sta l’amore per la propria terra e per il futuro dei propri figli? Nella spregiudicatezza con cui i ricchi industriali del nord pagano la Camorra per smaltire a prezzi stracciati i propri rifiuti tossici, avvelenando intere regioni e svendendone il futuro per poche migliaia di euro? O nell’energia nucleare che esperti e scienziati ci spacciano come la soluzione del futuro?
Guardiamoci. Abbiamo visto e sopportato di tutto: povertà, guerre, catastrofi naturali, scandali di ogni tipo, stragi di stato. Siamo sopravvissuti al fascismo – grazie ad uno dei pochi sussulti di orgoglio della nostra storia – e al terrorismo, ma siamo in grado di sentirci veramente uniti soltanto durante le partite della nazionale.
Intenti come siamo a badare sempre e solo al nostro caro piccolo orticello, non muoviamo un dito di fronte allo spaventoso intreccio economico-politico-mafioso che ci sta sfilando il futuro dalle nostre mani. La prova? Una conversazione intercettata tra un boss della ‘Ndrangheta e il suo giovane erede:
“ricordati che il mondo si divide in due: ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà”.
Questa si che è Unità.
martedì 1 marzo 2011
Sangue è bello?
(G. Pascoli)
Ebbene si: sono d’accordo con il “Giornale”.
Il quotidiano di Via Negri è l’unico dei primi 10 quotidiani generalisti italiani a non aprire - oggi, domenica 27 febbraio – con la notizia del ritrovamento del cadavere di Yara Gambirasio, la ragazzina misteriosamente scomparsa 3 mesi fa nella bergamasca.
Certo, ammetto che l’intervista al Cardinale Bagnasco e l’editoriale-fiume di Giuliano Ferrara – che coprono quasi interamente la prima pagina del “Giornale” – possano dissuadere i più ad avventurarsi oltre nella lettura del quotidiano. Ma piuttosto che sorbirsi l’ennesima rappresentazione pornografica della tragedia o vedere la foto senza veli dell’avversario di turno del padrone (tale Silvio Berlusconi), questo ed altro!
Dunque, almeno per oggi, teniamoci strette le acute riflessioni del Giulianone nazionale – che ci ricorda come il grande errore di Napolitano fu quello di contribuire all’abolizione dell’immunità parlamentare – e ammiriamo in religioso silenzio le acrobazie lessicali con le quali il Cardinale Bagnasco riesce a dimostrarci come i macroscopici ed inquietanti risvolti politici, etici, giudiziari ed istituzionali del caso Ruby, in realtà, altro non siano che la dimostrazione di una “fibrillazione politica ed istituzionale che non avvantaggia la società e rischia di creare un clima avvelenato che rende insicuri e, alla lunga, intolleranti”. Guai!
Sorvoliamo, dunque, sull’incredibile intreccio orgiastico tra potere e informazione per cui accade che il direttore di un giornale posseduto dalla (ex)moglie dell’attuale Presidente del Consiglio (Giuliano Ferrara. Il direttore, non la moglie eh…) scriva un editoriale sul giornale (il Giornale) del fratello del Presidente del Consiglio (Paolo Berlusconi) per difendere il Presidente del Consiglio, del quale governo, peraltro, lui (Giuliano Ferrara) è stato Ministro dal 1994 al 1995. Dimentichiamo che fra poche settimane Ferrara potrà di quello spazio di approfondimento politico che fu di Enzo Biagi.
Arrendiamoci di buon grado persino all’idea che il semplice fatto di rappresentare un’istituzione religiosa porti in dote a chi la rappresenta – in questo caso il Cardinale Bagnasco – competenze pressoché illimitate in qualsiasi ambito, tali da garantire all’eminenza di turno spazi pressochè illimitati sui media nazionali e da consentirgli di esprimersi a ruota libera, un giorno si e l’altro pure, su tutto lo scibile umano (dal federalismo alle rivoluzioni in nordafrica).
Tutto, pur di risparmiarsi l’ennesima manifestazione di quel voyeurismo morboso del delitto che è ormai diventato un genere informativo di successo in un’Italia in cui ci sarebbe ben altro di cui occuparsi. Colpa dei media? Anche. Dei cittadini? Soprattutto.
Se è infatti vero che giornali e televisioni (anche il tg la7, ahimè) dimostrano di anteporre esigenze puramente commerciali ai propri dettami deontologici, che la delicatezza della professione giornalistica imporrebbe di rispettare in modo molto più rigoroso, è anche vero che il pubblico dimostra di appassionarsi oltremodo a queste vicende di cronaca nera, che nulla hanno a che fare con l’interesse pubblico. Cosa ancor più grave, questa passione deriva più dalla necessità – tipica dell’italiano medio – di assecondare la propria indole da telespettatore “divano, birra e telecomando” che non dal desiderio di provare, una volta ogni tanto, quel sano sentimento di solidarietà umana, ormai così anacronistico.
E la tragedia dai risvolti macabri e oscuri – diluita, come nella più squallida delle sit-com, in comode e avvincenti puntate – si presta perfettamente a questo tipo di rappresentazione spettacolarizzata: unisce il pathos dell’attesa di nuove rivelazioni (sul ritrovamento del cadavere, sull’arma del delitto, sul movente, sull’assassino) alla pornografia del dolore. Quella che si nutre delle lacrime che bagnano i volti dilaniati dal dolore dei familiari e degli amici della vittima. Quella che si alimenta dei dettagli più scabrosi sulle modalità utilizzate dal carnefice. Quella che ingurgita ossessivamente tutti i particolari sulle condizioni del corpo martoriato dalla follia omicida.
E così, tra gli immancabili pellegrinaggi sul luogo del delitto – ormai eretto a luogo di culto in cui gli adepti del dio-tv possono ritagliarsi il proprio minuto di celebrità –, le testimonianze di amici e parenti che assicurano che la vittima “era una brava persona” – quasi a dire: “altrimenti l’assassino non avrebbe avuto tutti i torti” – ed il ricordo commosso del parroco di turno, cala il sipario, pronto a riaprirsi non appena le indagini o l’autopsia forniranno nuovo materiale con cui saziare la fame dei bulimici della tragedia.
Sullo sfondo tante storie drammatiche che rimangono nel silenzio.
Sono quelle che avvengono lontane dai riflettori dei media: nelle carceri, nei corridoi delle questure, sulle gelide panchine di parchi e stazioni, nelle baracche di periferia, nei cantieri, nelle acque agitate che separano l’Africa dalla Sicilia.
Storie di morti che diventano numeri. Storie che andrebbero raccontate e denunciate per impedire che si ripetano. Storie che, probabilmente, in pochi ascolterebbero con la stessa attenzione.
Storie che, per questo, vengono ignorate.
It’s the market, baby.
martedì 22 febbraio 2011
In mutande, ma liberi?

La carne è debole, l’uomo pure: fra tradimenti, relazioni clandestine e scappatelle più o meno abituali, la storia politica occidentale ha visto il filo pubblico della vita degli stati intrecciarsi di frequente con quello privato delle vicende sessuali e amorose dei rispettivi leaders, dando vita ad un groviglio che ha rischiato di segnare – e che, a volte, ha segnato – il destino politico dei protagonisti e dei rispettivi paesi di appartenenza.
Dall’amore extraconiugale tra Cleopatra e Antonio – la cui infedeltà ai danni della sorella di Ottaviano provocò la reazione militare del triumviro romano e dell’Impero – al mancato riconoscimento da parte della Chiesa Cattolica del matrimonio tra Enrico VIII e Anna Bolena – vero e proprio casus belli dello scisma anglicano -, sono molti gli esempi storici di questa pericolosa sovrapposizione tra pubblico e privato.
Per quale motivo, allora, amori inconfessabili, tradimenti e scandali sessuali destano nell’opinione pubblica uno scalpore tale da minacciare la sopravvivenza politica dei personaggi coinvolti? Quali sono le zolle da non calpestare nel campo minato della politica?
Per capirlo dobbiamo distinguere tra le varie possibili manifestazioni dello scandalo sessuale e analizzarne, di volta in volta, le principali ripercussioni politiche, operando una sorta di fenomenologia del sexy-gate.
Una prima manifestazione del fenomeno è la relazione extraconiugale, evocatrice della dimensione nobile e romantica del sentimento, della passione e, talvolta, dell’amore. Dall’appassionata e tragica relazione tra Claretta Petacci e Mussolini, alla love story tra Marilyn e i Kennedy (JFK prima e Robert poi), fino alla segretissima relazione di Mitterand con Anne Pingeot, da cui nacque la piccola Mazarine, la relazione extraconiugale risulta il genere di sexy-gate più “frequentato” dai politici del ‘900. Addirittura, si dice che Mitterand, nel tentativo di nascondere l’identità della figlia illegittima, fece recapitare una piccola bara bianca davanti alla casa di Jean Hallier, lo scrittore neo-papà che minacciava di svelare l’inconfessabile segreto presidenziale.
Perché tanta paura? Perché l’infedeltà coniugale, oltre ad essere una possibile fonte di instabilità nella vita privata di un leader che minaccia di ripercuotersi negativamente sulla rispettiva azione politica, rappresenta la violazione ed il tradimento di quel vincolo di fiducia – in questo caso tra l’interessato e la consorte – che, da un momento all’altro, può riflettersi negativamente sul rapporto fiduciario tra politico ed elettore, minandone le fondamenta.
Una seconda manifestazione del sexy-gate riguarda lo scandalo sessuale in senso stretto. In questo caso è la dimensione peccaminosa e boccaccesca del “sotto le lenzuola” a conquistare il centro della scena, rivelando le debolezze e le (inaspettate) abitudini sessuali del potente e macchiandone per sempre, più di quanto non possano fare decine di campagne ad hoc, l’immagine pubblico-politica.
Anche se il “vizietto” accomuna i politici di svariate generazioni (indimenticabile, ad esempio, l’ira della moglie di Crispi che, in una furiosa lettera al segretario particolare del marito, lo invitava a “smettere di portare puttanelle al Presidente”), negli ultimi anni, complice anche il crescente interesse dei media per le vicende private dei politici, gli scandali sessuali divenuti di pubblico dominio si sono moltiplicati.
Essi aggiungono al pericolo di una possibile rottura del legame fiduciario con l’elettorato – lo stesso Clinton si salvò solo perché, tecnicamente, non mentì alla nazione – la minaccia di rendere il politico incompatibile con le posizioni precedentemente sostenute.
Il senatore Repubblicano dell’Idaho Larry Craig, ad esempio, fu costretto a dimettersi dopo aver cercato di fare sesso con un poliziotto in borghese in un bagno pubblico. Era un feroce oppositore dei matrimoni gay.
Questi scandali, inoltre, risvegliano le coscienze “puritane”, che in tema di peccati carnali sono in grado di ridestarsi dallo stato di assopimento che generalmente le attanaglia in un attimo, dimostrandosi tutt’a un tratto pugnaci e battagliere. Tanto da costringere alle dimissioni il politico coinvolto nel sexy scandalo, come accadde al ministro degli esteri finlandese Ilkka Kanerva nel marzo del 2008, quando i contenuti “piccanti” dei circa 200 sms inviati ad una spogliarellista vennero a galla.
C’è infine lo scandalo sessuale che, assumendo rilevanza penale, rappresenta una minaccia personale – è infatti a rischio la libertà fisica dell’individuo – per il politico coinvolto.
Un esempio recente riguarda il presidente israeliano Moshe Katsav, autosospesosi dopo essere stato accusato, tra le altre cose, di violenze sessuali.
Bacchettoni, moralisti, o più semplicemente desiderosi di una maggiore coerenza e correttezza da parte dei politici, gli elettori dimostrano dunque una certa sensibilità allo scandalo politico-sessuale, rendendolo una vera e propria minaccia per i rappresentanti delle istituzioni. I quali, in virtù della conseguente necessità di nascondere l’inconfessabile, si pongono in quella condizione di ricattabilità che rappresenta il denominatore comune tre le diverse manifestazioni del sexy-gate.
Il caso Ruby porta in dote a Berlusconi tutte le possibili minacce appena viste: compromissione del legame di fiducia con gli elettori, incoerenza rispetto alle proprie posizioni politiche, immoralità, ricattabilità e risvolti penali.
Il fatto che il Premier, stando ai sondaggi, non ne abbia risentito dal punto di vista del consenso elettorale, rappresenta già una grande vittoria.
Per lui.
mercoledì 16 febbraio 2011
sabato 12 febbraio 2011
Il Cairo, 11 febbraio 2011
(J. Acton)
martedì 8 febbraio 2011
Arcore, 6 febbraio 2011
Grazie a Sonia per le foto e alla mitica "Sony DSC" di Diego per i video!!
P.S. I due ragazzi arrestati dopo gli scontri di domenica sera - Giacomo Sicurello e Simone Cavalcanti - sono stati rilasciati il giorno seguente. Il processo si terrà il 7 marzo.
Non hanno morsicato il polpaccio a nessun carabiniere.
Non diventeranno ministri dell'interno.
domenica 30 gennaio 2011
(Pe)Stato di diritto
(F.M. Dostoevskij)
*Il pezzo lo trovate anche su www.virgolenellevirgole.it, portale sulla libera (e giovane!) informazione. Visitatelo, merita!!Quattro storie. Diverse per circostanze e protagonisti, ma drammaticamente simili per i loro tragici epiloghi.
Quattro storie in cui il dramma umano degli involontari protagonisti, le violenze e gli abusi delle forze dell’ordine, le speculazioni delle forze politiche ed il troppo frequente silenzio dei mezzi di informazioni si mischiano in un groviglio inestricabile, che rende spesso impossibile l’accertamento della verità. Quattro storie che, comunque la si pensi, vanno ricordate e approfondite, insieme alle altre decine di storie che, ogni anno, si ripetono tristemente nelle carceri e nelle Caserme di tutta Italia.
Per non dimenticarli, per non dimenticare.
La storia di Giuseppe
Giuseppe, quella sera, non sapeva di andare a morire. Era stata una bella giornata. La partita dell’Italia, una serata in compagnia, le risate. Qualche bicchiere di troppo. E poi quella frase, nel cuore della notte: “Uva, è proprio te che cercavo”.
L’incubo di Giuseppe Uva, 43enne artigiano varesino, inizia così.
Sono le 3 di notte del 14 giugno 2008 quando, insieme all’amico Alberto, una pattuglia di Carabinieri lo ferma nel centro di Varese. Euforico, stava transennando una via, nel bizzarro tentativo di deviarne il traffico. Portato in caserma, rimane per ore in balia di una decina di uomini tra poliziotti e Carabinieri.
Le urla strazianti, le grida di dolore. Poi, il silenzio.
L’amico Alberto, rimasto nella sala d’attesa della caserma, chiama un’ambulanza per chiedere aiuto. Al telefono con la centralinista, i Carabinieri minimizzano: “Sono solo due ubriachi, adesso gli togliamo i cellulari”. Alle 5 del mattino, però, l’ambulanza arriva, chiamata dalle stesse forze dell’ordine.
Giuseppe muore alle 10.30 di quella mattina nell’ospedale “Di Circolo” di Varese. La versione ufficiale parla di una combinazione tra farmaci e alcool letale per il corpo di Giuseppe.
Corpo che la sorella Lucia, quella mattina, stenta però a riconoscere: le costole che sporgono in modo innaturale, la pelle livida di botte, le gambe sfregiate da numerose escoriazioni, la mano destra rigonfia, la frattura alla colonna vertebrale, le parti intime insanguinate.
Corpo di un uomo che, due anni e mezzo dopo, non ha ancora avuto giustizia.
La storia di Stefano
Chissà cosa pensava Stefano, quando i Carabinieri lo fermarono nella notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009. Addosso aveva 20 grammi di hashish, una piccola quantità di cocaina e una pasticca di Rivotril, che utilizzava per combattere la sua battaglia quotidiana contro l’epilessia. Stefano era tranquillo: sapeva di non essere un narcotrafficante e sapeva che, a casa sua, i Carabinieri non avrebbero trovato nulla.
Eppure, alle 3 di notte, dichiara di sentirsi male. Quando, alle 5 di mattina, arriva in ospedale, ha gli occhi tumefatti. Che volete, “aveva dormito poco e le camere di sicurezza non sono certo alberghi a 5 stelle”, dichiara il maggiore dei Carabinieri Paolo Unali. Ma il referto dei medici dell’ospedale Fatebenefratelli non parla di occhiaie: Stefano presenta ecchimosi su tutto il corpo, lesioni oculari e lesioni alla schiena, due vertebre spezzate.
Quando il padre di Stefano, la mattina stessa, lo incrocia in Tribunale durante il processo per direttissima, legge in quegli occhi lividi di dolore un disperato grido d’aiuto. Sarà l’ultima volta che vedrà suo figlio.
Tradotto nel carcere di Regina Coeli, Stefano Cucchi muore in solitudine all’alba del 22 ottobre 2009 nel reparto detentivo dell’Ospedale Pertini di Roma.
Pesava 37 chili.
In barba al ministro della Giustizia (della Giustizia) Angelino Alfano, che ha riportato in Parlamento (in Parlamento) la versione della tragica “caduta dalle scale”, il Giudice per l’udienza preliminare di Roma ha rinviato a giudizio 12 persone tra guardie carcerarie, medici e infermieri, condannando in primo grado a 2 anni Claudio Marchiando, direttore dell’ufficio detenuti del carcere di Regina Coeli.
La storia di Federico
Per Federico, quella era la sera del concerto reggae al “Link” di Bologna. Una serata cominciata bene – gli amici e l’emozione per il concerto -, degenerata in qualche eccesso – la delusione per l’annullamento del concerto sfogata nell’alcool e nell’ecstasy– e finita in tragedia.
Sono le 5.47 del 25 settembre 2005 quando una pattuglia della Polizia di Stato incrocia il 18enne Federico Aldrovandi per le vie di Ferrara. C’è una colluttazione. Pochi minuti dopo arriva un’ambulanza: il corpo del giovane è riverso a terra in una pozza di sangue. Testicoli schiacciati, ecchimosi ed ematomi diffusi, una lesione alla testa in sede occipitale, una profonda ferita su una natica e graffi sul viso. Due manganelli sfondati.
“L’abbiamo bastonato di brutto…è mezzo morto", si fa scappare il capopattuglia Enzo Pontani in un dialogo con la centrale.
Alle 6.18 Federico muore.
Pochi minuti dopo, come testimonia questo video (minuto 2.33), gli agenti ridacchiano a pochi passi dal suo corpo esanime.
La notizia passa sotto silenzio: qualche trafiletto sui giornali locali e poco più. Nel gennaio 2006 la madre di Federico apre un Blog, attraverso il quale intraprende la sua personale battaglia di giustizia e verità nel nome del figlio. Un figlio prima barbaramente ucciso, poi marchiato con l’etichetta di “drogato”.
Nel luglio 2009 i quattro agenti di polizia vengono condannati in primo grado a 3 anni e sei mesi di reclusione per eccesso colposo in omicidio colposo.
Sono ancora tutti in servizio.
La storia di Aldo (e il futuro di Rudra)
Rudra si alza presto al mattino. Deve andare a scuola, studiare e costruirsi un futuro.
Rudra è rimasto solo in un casolare sulle colline dell’Appennino umbro-marchigiano. Cerca di aiutarlo, tra mille difficoltà, uno zio giunto un anno e mezzo fa dalla Germani. Eh già, perché Rudra non ha più i genitori.
Inizia tutto una mattina d’ottobre, quando gli agenti di Polizia arrestano il padre Aldo e la madre Roberta. Nel campo antistante al casolare i poliziotti avevano trovato delle piantine di canapa indiana. Aldo e Roberta non erano narcotrafficanti; semplicemente, non si arrendevano all’idea di doversi piegare alle prescrizioni di leggi che ritenevano ipocrite ed agli interessi di organizzazioni criminali che non volevano in alcun modo foraggiare.
Dopo una notte trascorsa in carcere, Roberta rivede il marito. Per l’ultima volta.
La mattina dopo – è il 14 ottobre del 2007 – Aldo Bianzino viene trovato morto nella sua cella d’isolamento. Quattro ematomi celebrali, milza e fegato spappolati, due costole fratturate: secondo il referto medico del personale del carcere Aldo sarebbe morto a causa di un infarto.
Prima di morire – nel giugno 2009, uccisa da un tumore e dilaniata da un dolore insopportabile –Roberta lancia una sottoscrizione per il figlio. E’ solo grazie a quest’ultimo, disperato gesto e alla generosa mobilitazione della rete e dei Radicali che Rudra – quando, tra pochi mesi, compirà 18 anni – potrà disporre di una cifra di circa 70mila euro.
Quant’è lontana, Arcore.
mercoledì 26 gennaio 2011
Video...amatore!

In principio fu per annunciare la “discesa in campo”: contro “il cartello delle sinistre”, i “nostalgici del comunismo” e i corrotti della Prima Repubblica. Oggi, 17 anni dopo, il genere del videomessaggio viene rispolverato da Berlusconi per lanciare un feroce j’accuse contro i magistrati “politicizzati” e i pm “persecutori”.
Qualche rughe in più, viso più rotondo – ma stessa identica capigliatura rispetto a quella del 1994, fanno notare i maligni – il faccione del Cavaliere è infatti riapparso nelle case degli italiani per ben due volte nel giro di pochi giorni.
Per uscire dall’angolo del ring a cui parte della stampa sembrava averlo inchiodato nei giorni immediatamente successivi all’esplosione del Caso Ruby-parte seconda, il Cavaliere ha infatti riabbracciato il genere comunicativo che, diciassette anni fa, gli spalancò le porte della politica italiana. Era l’ormai lontano gennaio del ’94 quando l’allora filiforme imprenditore brianzolo annunciava la sua candidatura alla guida del paese attraverso un monologo di una manciata di minuti in cui, da un lato, spiegava le ragioni della sua scelta, dall’altro, cercava di convincere gli elettori sull’opportunità di votarlo.
Due situazioni apparentemente slegate tra loro che il filo comune del videomessaggio sembra invece riavvicinare, evidenziando lo stesso, preciso obiettivo che sta alla base di queste scelta comunicativa: quello che i sociologi della comunicazione americani chiamano “going public”. Il termine individua l’ approccio comunicativo di tipo diretto ed im-mediato – ovvero privo dell’intermediazione dei media – tipico della comunicazione politica presidenziale made in USA. Un approccio che cerca di privare i mezzi di informazione del loro tradizionale ruolo di ponte comunicativo tra il politico e i cittadini, favorendo così la comunicazione diretta – anche se unidirezionale – tra questi due attori.
Ciò che cambia, e di molto, sono le motivazioni alla base di questa stessa scelta strategica.
Se nel ’94 il principale obiettivo del videomessaggio di Berlusconi era quello di far conoscere agli elettori il Silvio “politico” e di instaurare con essi un rapporto all’insegna della familiarità e dell’empatia, le ragioni della scelta questi giorni solo molto diverse.
In primo luogo c’è la volontà/esigenza di evitare il contraddittorio. Troppo delicata la questione, troppe e troppo imbarazzanti le rivelazioni trapelate sui giornali per risponderne dettagliatamente in pubblico – magari in un faccia a faccia televisivo – senza correre il rischio di uscirne con le ossa rotte. Il videomessaggio, invece, dà pieno spazio alle qualità retoriche e comunicative di Berlusconi e gli consente di tenere ben saldo in mano il timone della propria strategia difensiva. Che infatti – ed è questo la seconda ragione alla base della scelta – vira immediatamente sulla tesi del complotto dei Pm e della magistratura inquisitoria, consentendo a Berlusconi di spostare i termini del dibattito dal mare mosso delle inquietanti intercettazioni, alle acque più calme e favorevoli della tesi della “volontà persecutoria” dei pm.
Se digerita positivamente dall’opinione pubblica e dai suoi elettori, la tesi persecutoria potrebbe poi consentire al Cavaliere – e in questo caso saremmo di fronte all’ennesimo colpo da fuoriclasse da parte di Berlusconi – di rilanciare la posta nel tavolo da gioco della politica italiana.
Da un lato, perché fornirebbe ottimi argomenti alla tanto invocata “riforma della giustizia”, che consentirebbe al Cavaliere di mettersi al riparo da qualsiasi imprevisto giudiziario.
Dall’altro, perché permetterebbe a Berlusconi di polarizzare l’elettorato, impostando il dibattito della sempre più probabile campagna elettorale all’interno di una cornice di significato a lui favorevole: quella dell’attacco congiunto che l’asse procure-Fini-Casini-Sinistra (cit. “Il Giornale”) starebbe mettendo in campo per spodestarlo.
Il buon esito della scelta strategica di Berlusconi dipenderà probabilmente da due fattori.
Il primo riguarda il grado di efficacia con cui il fuoco mediatico “amico” saprà tranquillizzare l’elettorato di centro destra (soprattutto quello cattolico), accreditando presso l’opinione pubblica la tesi complottistica ed isolando/dividendo il fronte antiberlusconiano.
Il secondo riguarda la tenuta dell’alleanza con la Lega, i cui elettori sono sempre più irritati dall’immobilismo politico del governo e dal continuo procrastinarsi dell’approvazione del divin-federalismo.
La partita, dunque, è appena cominciata.
domenica 23 gennaio 2011
I cannoli son finiti!
*Articolo pubblicato anche da www.virgolenellevirgole.it, portale sulla libera (e giovane!) informazione. Visitatelo!!
Fino a pochi giorni fa si aggirava con il suo simpatico faccione tra i corridoi di Palazzo Madama, sede del Senato. Da ieri la sua dimora è una cella al pianoterra del carcere di Rebibbia, reparto G12, Roma. Italia.
Chissà se Salvatore “Totò” Cuffaro da Raffadali (Agrigento), ex presidente della Regione Sicilia, ex vicesegretario nazionale dell’Udc ed ex (fino a ieri, per la precisione) senatore della Repubblica italiana, si aspettava un destino così inglorioso quando il 26 settembre del 1991, con proverbiale tempismo, esordiva sugli schermi televisivi nazionali sudato e schiumante di rabbia scagliandosi ferocemente contro il giudice Giovanni Falcone, pochi mesi prima che un attentato mafioso lo facesse saltare per aria.
Forte di quella mirabolante performance, il giovane Cuffaro brucia le tappe: in pochi anni passa da promettente deputato dell’assemblea regionale siciliana (in quota DC) a Presidente della Regione Sicilia. Non ancora eletto governatore dell’isola – siamo nella primavere del 2001 – Cuffario si mette all’opera. Per aiutare propri cittadini? No, per favorire la mafia.
Questo il verdetto dei giudici della seconda sezione penale della Corte di Cassazione che lo hanno condannato a 7 anni di reclusione per favoreggiamento a Cosa Nostra.
I fatti dicono che, nel 2001, Cuffaro viene a sapere di una microspia installata dai Carabinieri del ROS (Reparto Operativo Speciale) nell’abitazione palermitana di Giuseppe Guttadauro, boss mafioso del mandamento di Brancaccio. Cuffaro, forse preoccupato per le sorti del boss e per i colloqui compromettenti che si svolgevano nell’abitazione, informa della notizia Mimmo Miceli, un altro politico siciliano che, a sua volta, informa Guttadauro. Il gioco è fatto: il 15 giugno 2001 si interrompono le conversazioni “compromettenti” che il boss intratteneva nella sua abitazione. Tre giorni dopo la cimice viene individuata e distrutta, mandando in frantumi una promettente indagine sui rapporti e le connivenze politico-mafiose in Sicilia.
Ma l’attivismo di Totò “Vasa-vasa” (ovvero “bacia-bacia”, soprannome che deriva dalla sua proverbiale propensione ad elargire baci ai suoi interlocutori) non si ferma qui.
Celebre è l’incontro tra lui e Michele Aiello – imprenditore ritenuto molto vicino a Provenzano – avvenuto nel retrobottega di un negozio di articoli sportivi di Bagheria, durante il quale Cuffaro avrebbe concordato il tariffario regionale dei rimborsi alla clinica “Villa Teresa”, di cui Aiello era proprietario.
Nemmeno le frequentazioni “pericolose” di Cuffaro si fermano qui. Amico e testimone di nozze (insieme a Clemente Mastella, ex ministro della giustizia) di Francesco Campanella, il pentito che procurò a Provenzano il passaporto falso che consentì al boss dei boss di espatriare in Francia, Cuffaro frequentava anche Vincenzo Greco e Salvatore Aragona, entrambi condannati per mafia. Ma guai a farglielo notare: “che devo fare – obietta stupito Totò – marginalizzarli? Io sono per ascoltare tutti, parlare con tutti”. Ci mancherebbe.
E infatti, né le prime indagini, né il rinvio a giudizio, né tantomeno la condanna in primo grado per favoreggiamento “semplice” a un singolo mafioso, interrompono il climax politico di Totò.
Certo, i cannoli con cui, nel 2008, festeggia la condanna in primo grado (anzi no: “li stavo solo spostando!”, si difende Cuffaro), lo obbligano a lasciare la poltrona di Presidente della Regione appena riconfermata alle elezioni. Ma gli valgono un bel seggio in parlamento. A garantirglielo, ironia della sorte, la legge elettorale a firma leghista e la ferma volontà di Pierferdinando Casini, che, definendo Totò un “perseguitato politico” e violando la promessa di non candidare alle elezioni politiche chiunque avesse subito condanne, gli porge in dono una poltrona da Senatore.
Nel gennaio 2010, però, le cose si complicano: la Corte d’Appello lo condanna a 7 anni per favoreggiamento, aggravato dall’aver favorito Cosa Nostra, prospettandogli la concreta ipotesi del carcere. Ieri la sentenza definitiva e l’ingresso in carcere.
Cuffaro lascia in eredità un posto da Presidente della Regione Sicilia, oggi occupato da Raffaele Lombardo, già arrestato un paio di volte e tutt’ora sotto inchiesta per concorso esterno in associazione mafiosa, e un seggio da Senatore della Repubblica, già assegnato a Maria Pia Castiglione. La quale, unendosi alla solidarietà bipartisan (nel PD si segnala il dispiacere di Follini) tributata dalla politica al povero Totò, ha subito precisato: “per me resta un amico dotato di grande umanità, disponibilità e generosità. Tutti gli dobbiamo tanto”.
Tutti chi?
giovedì 20 gennaio 2011
Mi consenta, Presidente
Signor Presidente del Consiglio, Onorevole Silvio Berlusconi.
Nonostante la quantità e la gravità delle accuse che le sono state rivolte – prostituzione minorile e concussione – Lei non ha ritenuto i suoi concittadini (nonché, fino a prova contraria, suoi datori di lavoro) degni di una risposta sincera e leale.
Domenica e mercoledì scorsi, riproponende il triste genere del videomessaggio senza contraddittorio intriso della solita insopportabile, nauseante retorica, è scappato ancora una volta dalle Sue responsabilità e dall'obbligo politico-morale di far luce sulle molteplici ombre che avvolgono il suo più e meno recente passato. Confermando – una volta di più – il più volgare disprezzo per le istituzioni di quello stato che Lei dovrebbe rappresentare e la più infima considerazione per quei cittadini che Lei dice di amare.
Ha creduto di potersela cavare – e, magari, se la caverà ancora una volta – grazie al solito, surreale, monologo autocelebrativo, dimostrando la viltà di chi scappa dalle proprie responsabilità, la sfacciataggine di chi è consapevole del proprio esorbitante potere, la spregiudicatezza di chi non ha più nulla da perdere.
Quelle che seguono sono le semplici e puntuali obiezioni con le quali un sistema dell’informazione libero e indipendente L’avrebbe inchiodata alle Sue responsabilità smontando le giustificazioni pressappochiste contenute nel Suo videomessaggio, se solo i tentacoli del suo potere non ne avessero, da anni, neutralizzato buona parte dell’azione.
Questo lo sdegno spontaneo e genuino, razionale ed argomentato, con cui i cittadini L’avrebbero costretta a dimettersi, se solo i modelli (in)culturali vomitati da oltre vent’anni dal suo impero mediatico non ne avessero plasmato le menti e addormentato le coscienze.
Vediamolo, allora, questo sdegno. Punto per punto, minuto per minuto, fotogramma per fotogramma.
Minuto 0.30: I pm hanno dimostrato una “volontà chiaramente persecutoria nei miei confronti”: forse Lei dimentica chi in Italia vige il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Volontà persecutoria o meno, inoltre, il problema è di chi commette i reati più che di chi li persegue.
Minuto 1.16: “Ai Pm non è piaciuta nemmeno la decisione della Corte Costituzionale al punto che, il giorno successivo alla sentenza della Consulta, con una tempistica perfetta, hanno reso pubbliche le loro indagini”: la Sua iscrizione nel registro degli indagati è avvenuta il 21 dicembre 2010 e Le è stata notificata il giorno dopo la sentenza della Consulta solamente per evitare di influenzarne le decisioni, cosa che, invece, Lei ha fatto periodicamente. Come in occasione dell'incontro che, a poche settimane dal pronunciamento della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, lei ebbe con i due giudici costituzionali Luigi Mazzella e Paolo Napolitano. Che, puntualmente, votarono a favore del Lodo.
Minuto 1.25: “E’ inaccettabile che, trascorsi 15 giorni, (i Pm) non abbiano mandato gli atti di queste indagini al Tribunale dei Ministri come prescrive la legge”: Presidente, il tribunale dei ministri giudica i reati commessi dai componenti del Consiglio dei Ministri nell’esercizio delle loro funzioni. Impartire ordini alle forze di polizia non spetta al Presidente del Consiglio ma, semmai, al ministro dell’interno. Telefonare in questura e, tramite la menzogna, indurre i funzionari di polizia ad accorciare le pratiche previste per la sistemazione di una ladra minorenne senza documenti, per fortuna, non spetta a nessuno. Almeno per ora.
Minuto 2.1: “Il dirigente della Polizia che sarebbe stato concusso nega di esserlo mai stato e la persona minorenne nega di aver mai avuto avances né tantomeno rapporti sessuali”: entrambi possono avere buone ragioni per negare. Il primo per paura di possibili ritorsioni o per fuggire dalle proprie eventuali responsabilità (aver agito contro le procedure previste dalla legge). La seconda per preservare la propria onorabilità o, come emerge dalle intercettazioni, per giocare al rialzo con Lei nella partita del ricatto. Fino a 5 milioni di euro.
Minuto 2.40: “Quando posso cerco di aiutare chi ha bisogno”: Lei, con i suoi soldi – la provenienza di buona parte dei quali non ha mai voluto svelare, avvalendosi della facoltà di non rispondere di fronte ai magistrati – può fare ciò che vuole, purchè entro ai limiti della legge (che, in questo come in molti altri casi, sembrano essere stati travalicati). Ma almeno ci risparmi – lo faccia per il rispetto che si deve alle migliaia di persone che quell’aiuto meriterebbero per davvero – la solita barzelletta del filantropo premuroso. O vuole davvero far passare come pura casualità il fatto che le persone da Lei “aiutate” portassero tutte la 4° di reggiseno, superassero tutte il metro e ottanta e fossero tutte molto disinibite? Cornuti si, mazziati no, per favore.
Minuto 3.12: “Di persone ne ho aiutate a centinaia. Mai in cambio di qualcosa, se non della gratitudine, dell'amicizia e dell'affetto”: e i 420 milioni sborsati dalle casse Fininvest per comprare il giudice Vittorio Metta e con lui la sentenza che Le garantiva, fra le altre, la Mondadori, l’Espresso, Panorama e la Repubblica? E Massimo Berruti, ufficiale della Guardia di Finanza che chiuse un occhio sulle ispezioni alla Sua Edilnord e fu promosso a uomo Fininvest e, poi, a parlamentare del Suo partito? E i 21 miliardi di finanziamento illecito a Craxi per mantenere inatto il suo impero televisivo? E i 600mila euro all’avvocato Mills per indurlo a mentire in due processi contro di Lei? Erano tutti atti di carità verso persone bisognose?
Minuto 4.35: "Lele Mora ha svolto un eccellente lavoro a mediaset…sono orgoglioso di averlo aiutato”: il fatto che Lei sia orgoglioso di aver aiutato Lele Mora, personaggio che all’interno del suo repertorio, oltre a un busto di Mussolini che bacia “tutti i giorni”, vanta una condanna milionaria per evasione fiscale e una dichiarazione pendente per bancarotta, non depone certo a suo favore. D’altra parte “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, vero Presidente?
Minuto 6.20: “E’ contro la legge questa intromissione nella vita privata delle persone…quello che i cittadini di una libera democrazia fanno nelle mura domestiche riguarda solo loro.”: con questa affermazione Lei infama e minaccia le fondamenta del nostro già traballante stato di diritto. Ciò che fanno i cittadini tra le mura domestiche è perseguibile come tutti gli altri reati. Dispiacerà, fra gli altri, a stupratori, pedofili e assassini, ma rimane così. Per fortuna.
Minuto 7.45: “Non è un Paese libero quello in cui, quando si alza il telefono, non si è sicuri dell’inviolabilità delle proprie conversazioni”: no, signor Presidente. Ben vengano le intercettazioni per chi – a differenza sua e di buona parte della nostra classe dirigente – non ha nulla da nascondere. Ciò che non è accettabile in uno stato libero e – se mi consente – non è degno di un paese civile e democratico, è che Lei, Presidente del Consiglio, da più di 15 anni fugga davanti alla legge e davanti alle gravissime accuse che le vengono rivolte rivolte dalla magistratura attraverso un uso personale del parlamento, istituzione che Lei ha prima degradato, con leggi vergognose ed incostituzionali, e poi umiliato, riducendola – anche grazie all’invasione di riciclati e portaborse da Lei favorita – ad un semplice ingranaggio nella filiera della Sua impunità.
Minuto 8.20: " Non è un Paese libero quello in cui una casta di privilegiati può commettere ogni abuso a danno di altri cittadini senza mai doverne rendere conto”.
Ecco, Presidente: su questo punto mi trova assolutamente concorde.
Dunque, si dimetta.
domenica 16 gennaio 2011
Indignatevi! Ma anche no
(C. Deneuve)
Strano popolo, gli italiani. Sono in grado di sopportare e supportare di tutto, ma quando si entra in camera da letto (o in cucina) diventano inflessibili.
Si indignano, dunque, ma non con la purezza d’animo propugnata da Stéphane Hessel, 93enne eroe della Resistenza francese, nel pamphlet di 32 pagine “Indignez-vous!” che ha già raggiunto le 650mila copie vendute in meno di 3 mesi. Sana indignazione che rappresenta un'autentica linfa vitale per gli stati civili che vogliano dirsi tali, unico vero anticorpo contro la degenerazione morale di qualsiasi società. Sentimento – l’indignazione – ancora vivo negli animi di quei francesi che hanno saputo custodire e tramandare con cura ed orgoglio le proprie radici resistenziali, tanto che, ancora oggi, il primo giorno di scuola gli alunni leggono la lettera che il giovane partigiano Guy Môquet scrisse ai genitori prima di essere fucilato dai nazisti.
No, l’italiano si indigna per altro. Chiude un occhio – quando non tutti e due – di fronte alle complicità tra mafia e istituzioni; ingoia taciturno il volgare pressapochismo di quei politici che rispondono al disperato grido d’aiuto degli operai – i nuovi schiavi del 21° secolo – con l’ottusa dicotomia dei “buoni” contro i “cattivi”; risolve il problema dell’imbarazzante e dilagante accoppiata clientelismo-corruzione con l’assolutoria (ed autobiografica?) formula del “così fan tutti”.
Ma, da buon cattolico, non transige sulle questioni dei piaceri carnali.
Lo fa – questo dimostra il dibattito sulla vicenda ruby/atto2°, di questi giorni – con la punta di orgoglio di quel maschio italico che non deve chiedere (e pagare) mai. Che non si indigna, dunque, per gli aspetti veramente gravi della vicenda:
- un Premier che promuove una concezione oggettificata delle donne, sistemate all’interno di palazzine come bestie nelle gabbie e richiamate all’ovile di Arcore – attraverso il vergognoso utilizzo di uomini e mezzi dei corpi dello Stato – quando c’è da placare la fame del sultano;
- un Premier che, nel migliore dei casi – se, cioè, dovessimo credere alla versione del padre premuroso che aiuta la giovane figlia sbandata a colpi di banconote e gioielli – mostrerebbe la totale mancanza di quel senso di responsabilità che dovrebbe caratterizzare non solo chi ricopre un simile ruolo istituzionale, ma anche una qualsiasi persona adulta dotata di buon senso. Nel peggiore – se, cioè, verranno accertati i reato di prostituzione minorile e concussione – dimostrerebbe di essere ciò che molti, da anni, lo accusano di essere: un imprenditore-politico abituato a censurare le proprie nefandezze con l’abuso di potere e la corruzione;
- un Premier che decide di trascorrere il 25 aprile, festa della Liberazione, tra festini e cene con l’amico Putin, comprovato leader di libertà.
No, l’italiano si indigna perché una delle decine di ragazze transitate da Arcore (si parla addirittura di un totale di oltre 100) era minorenne. Il che, di per sè, è assolutamente comprensibile. Il problema è che a questa indignazione non si accompagna l'altrettanto sacrosanta sensazione di nausea per chi con una mano legifera contro la prostituzione – con leggi spesso controproducenti che foraggiano il sistema schiavistico-criminale – e con l’altra la alimenta. E' la sacrilega violazione dell’onore del macho italiano, dunque, la vera causa del risentimento popolare. Essa vede nel pugno di mesi che, al momento delle ipotetiche prestazioni di Ruby, separavano la ragazza dal raggiungimento della maggiore età, l’unica vera macchia morale della vicenda.
Un celebre proverbio cinese recita: “quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito”. Dunque: dita non siamo, luna men che meno…
Andate al diavolo, cinesi comunisti!
mercoledì 12 gennaio 2011
Italia, what else?
A loro vanno il mio ringraziamento e i miei migliori auguri per la buona riuscita del progetto.
“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. La celebre frase, attribuita a Massimo D’Azeglio, risuona incredibilmente attuale se rapportata ai rumors che danno il nome della nostra penisola in pole position tra le possibili etichette del nuovo partito di Berlusconi.
Checchè ne dicano Silvio e i suoi, infatti, l’esigenza di trovare un nuovo nome per un nuovo partito va ben al di là delle diatribe legali tra il (disciolto) Pdl e il fresco Fli. Il “Dio sondaggio” dice che c’è da tamponare la preoccupante emorragia di voti ed elettori – gli “italiani”, appunto – che, vuoi per gli scandali sessuali, vuoi per le inchieste giudiziarie, vuoi per la fuoriuscita-cacciata di Fini, ha interessato il Pdl in questi ultimi mesi. Emorragia che, per il partito nato in pompa magna dall’ennesima trovata politico-mediatica di Berlusconi e dominatore incontrastato di tutti gli appuntamenti elettorali degli ultimi 2 anni e mezzo, comincia ad essere preoccupante, tanto da richiedere, se non proprio una Renziana “rottamazione”, quantomeno una pronta revisione.
C’è inoltre da operare un riposizionamento strategico che, da un lato, consenta di riempire quell’area politica liberata dalla dipartita-cacciata della componente neo-centrista di Fini, dall’altro, dia un forte segno di discontinuità tra il Pdl pre-scissione, che covava al suo interno il seme del tradimento, e quello del dopo Mirabello.
E quale nome più di “Italia” potrebbe consentire, contemporaneamente, di (ri)conquistare il voto dei conservatori spiazzati dal centrismo di Fini e di riaccendere gli animi delle frange più calde del “tifo” berlusconiano? Nessuno.
Riappropriandosi della vecchia e (a suo tempo) innovativa trovata di trapiantare il gergo calcistico-sportivo nella retorica politica, Berlusconi conta dunque di scaldare il motore in vista delle possibili elezioni anticipate.
Sfondo azzurro che richiama i colori della nazionale, nastro tricolore nel mezzo e scritta “Berlusconi presidente” ben evidente, il nome “Italia” rappresenterebbe il punto di arrivo di quell’ideale percorso iniziato nel 1994 con il caldissimo “Forza Italia” e proseguito nel 2007 con il più tiepido “Popolo delle Libertà”. Un nome ed un logo che, come hanno suggerito i sondaggisti e gli esperti di marketing ingaggiati dal partito, strizzerebbero l’occhio alla dimensione patriottica nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
Una sigla – Italia – che risponderebbe alla necessità di uscire dai classici schemi della comunicazione politica e che, ad esempio, non potrebbe essere sintetizzata, compressa o più semplicemente ridotta all’impronunciabile sigla-acronimo di turno.
E chiessenefrega, dunque, se qualcuno potrebbe sottolineare l’evidente contraddizione tra l’adozione di un nome – Italia – che cerca di unire, e l’utilizzo di retoriche strategie politiche che, nei fatti, puntano a dividere (tra berlusconiani ed anti-berlusconiani, tra liberali e comunisti, tra partito dell’amore e partito dell’odio, ecc…).
Chissenefrega anche se l’alleato più fedele, un giorno sì e l’altro pure, grida alla secessione dal resto dell’Italia e dalla capitale ladrona.
Una cosa è la politica, un’altra è l’immagine.
Quale delle due, oggi, conta di più?




